SANCTE PETRE, EN GUETE!

La Vera e Autentica Storia sull’origine di San Pietro in Gu

di Piersilvio Brotto

  

Immagine1bC’era una volta, tanto ma tanto tempo fa, una grande lingua di terra compresa tra due fiumi, sperduta in mezzo ai boschi, dove viveva un grande Signore, molto ricco, padrone assoluto di tutte le terre che un cavallo poteva attraversare, senza fermarsi mai, in un’intera giornata.

Lui abitava in un castello all’interno delle sue proprietà, al sicuro dai ladri, dai banditi e dai due fiumi, che ogni tanto, in autunno, straripavano inondando anche le capanne di paglia e fango degli umili servi del ricco Epulone…

Per poter vivere, o meglio, per non morire di fame, tutti dovevano lavorare dall’estate all’inverno e dall’inverno all’estate nelle immense proprietà di quel Castellano. Come ricompensa per le loro fatiche, questi poveri schiavi ricevevano, quando il Signore faceva macinare il grano nell’unico mulino, che pure gli apparteneva, solo un sacco di crusca a famiglia, perché diceva che Lui aveva anche tanti maiali da sfamare, che dovevano essere belli e grassi, quando faceva le sue feste con i suoi amici, padroni di altri castelli nei territori confinanti.

A macinare il grano ci pensava il suo mugnaio di fiducia, che tutti chiamavano “Farina”, perché passava per le strade del Feudo sempre ricoperto di un dito di polvere bianca, parte farina, parte polvere sollevata dagli zoccoli pesanti del suo cavallo nero, dagli occhi striati di rosso per le vene scoppiate a causa delle grandi fatiche cui era sottoposto. Per questo motivo, quando lo vedevano spuntare da dietro l’ultima curva, gli abitanti dicevano: “Ecco che arriva Lucifero!”.

Il mugnaio faceva sempre lo stesso lungo giro in mezzo alle proprietà del suo Signore per ritirare il grano conservato nei granai del “Castelaro” e per distribuire ai bifolchi, ai boscaioli e agli obbligati le loro razioni di crusca mensile.

Partiva dal suo mulino immerso nella foresta in riva al fiume “Armentula”, in località “Lanzade” e poi, pigramente, imboccava la stradicciola , sinuosa come un serpente, posta fra i due corsi d’acqua che attraversavano il bosco della “Canonica”. Qui consegnava parte del suo carico, la più misera, per poi far tappa in riva a un fiume o a un guado in un luogo chiamato “Vadum” ora detto “Go”.

Quando la stagione era asciutta o il gelo faceva ghiacciare l’acqua, era possibile passare al di là di quella zona paludosa e arrivare al castello, al “CanFriolo”, nome che solo pochi osavano pronunciare, facendo contemporaneamente un profondo inchino... e un segno della croce. Là viveva il Signore, in un edificio circondato da mura e fossato, che nessuno poteva dire come fosse, perché i costruttori, muratori, carpentieri e ingegneri, erano stati tutti uccisi alla fine dei lavori, per evitare anche solo il pericolo che rivelassero qualche segreto. Poco lontano dal castello aveva fatto costruire una montagna, la “Montagnola”, alta fino al cielo, per poter osservare tutto quello che avveniva nei suoi possedimenti. L’avevano costruita i bifolchi, usando le loro rudimentali carriole, sbancando di mezzo metro tutto il terreno lì intorno. A ogni carriola svuotata sulla cima della montagna, ricevevano come viatico mezza libbra di pane nero e una nerbata sulle spalle, se la carriola non era “piena colma”.

Quel giorno il mugnaio caricò per bene il suo carretto, prelevando tanti sacchi di grano dai granai del “Castelaro”, poi ripartì verso ovest, come al solito, con le sue gambe penzoloni dal carro trainato da Lucifero.

Strada facendo, passò accanto alla capanna di una vecchina,che lo aspettava dalle prime luci dell’alba, seduta su un gran sasso. Quando lo vide spuntare, lei si alzò lentamente, come fosse molto stanca. Aveva il volto avvizzito e le mani così magre che le ossa sembravano ricoperte solo di pelle giallastra.

L’umile donna gli affidò un vecchio sacco, riempito a metà. Erano i chicchi di grano recuperati pulendo con cura i granai del Signore e sottratti ai topi, perché era andata a grattare con le sue secche dita anche nelle loro tane, sotto i solai da loro bucati. Insieme con il grano aveva messo nel sacco, per compassione, anche alcune nidiate di topolini abbandonati in tutta fretta da mamma e papà topi, quando la loro tana era stata violata.Nelle settimane successive la vecchia si era poi dimenticata di loro, che però avevano trovato cibo in abbondanza nel sacco.

Immagine2Il mugnaio non si fece impietosire dalla magrezza della cliente e le disse che le avrebbe macinato il grano solo in cambio dell’orcio di vino rosso che la poverina custodiva sotto il letto e che lei usava per dare un po’ di calore al marito nelle più fredde giornate d’inverno o per disinfettare le ferite dei figli, quando si ferivano con l’accetta nei duri lavori del bosco.

Così, la povera donna, nella speranza di avere del pane, si privò del vino.

Strada facendo, lungo la vecchia Postumia, fiancheggiata da querce secolari e vecchi ontani, il mugnaio tracannò tutto il dolce liquore e poi cadde addormentato sopra il carretto.

Mentre Lucifero, che la strada la conosceva a memoria, trasportava il mugnaio verso il mulino, i topolini ormai cresciuti, spaventati dal fracasso che facevano le ruote sul selciato della vecchia strada romana, sbucarono dal sacco semivuoto, ma subito dopo si rifugiarono prima in un sacco vicino, poi in un altro e poi in un altro ancora, quasi a gara, bucandoli tutti.

A ogni scossone del carretto una manciata di grano usciva dai sacchi e finiva per terra lungo la via.

Era quasi sera quando Lucifero si fermò, vicino alla ruota del mulino di “Farina”, dopo aver attraversato la via “Levata” e tutto il territorio di “Bulcano” e dell’ “Armentula”.

Il vecchio mugnaio si risvegliò, con la testa pesante ma la “botte” piena, accanto allo scroscio d’acqua del suo mulino. Si guardò dietro, stropicciandosi gli occhi, stupito nel vedere i sacchi flosci, posati come stracci sulle vecchie tavole sconnesse del carretto. Si sentiva troppo stanco per ripercorrere la strada fatta e cercare di recuperare il grano disseminato sul terreno e inoltre era ormai buio.

Se la prese con il cavallo, che riempì di frustate, dopo averlo legato alla greppia priva di fieno. Poi se ne andò a letto, senza mangiare anche lui, tanto aveva bevuto.

La mattina dopo, lungo la strada percorsa dal mugnaio, del grano non c’era più traccia. Un po’ lo avevano recuperato i figlioletti dei bifolchi, un po’ le loro nonne avvizzite, e il resto lo aveva sparso il vento, disseminandolo per tutta la campagna d’intorno.

Al vecchio mugnaio non restò che cercare consiglio dal suo fidato amico il quale , per mestiere, dopo le alluvioni raccoglieva sassi sul greto del fiume “Medoacus”, li cuoceva in una fornace, una “calcara” a “CarmeGnano”, e quasi per incanto quei sassi diventavano come miracolosi: se bagnati, ribollivano producendo calore e si trasformavano in una poltiglia bianchissima che, impastata con la sabbia, era una malta che teneva unite le pietre delle case dei signori. Il suo vecchio amico, che ne sapeva una più del diavolo, gli consigliò di sbriciolare e macinare quei sassi, di riempire i sacchi di quella polvere bianca così ottenuta, simile alla farina, e di portarli al castello, per tentare di evitare l’impiccagione. Così fece il mugnaio e consegnò il suo carico al fedele fattore, il quale fece portare subito i sacchi al forno del castello, perché stavano per arrivare gli amici del Signore, per la festa del raccolto.

I sacchi furono svuotati nella grande impastatrice e poi i servi ci versarono sopra lievito in abbondanza e l’acqua purissima delle risorgive. Meraviglia! L’impasto cominciò non solo a lievitare a dismisura, ma anche a ribollire, mandando schizzi bollenti tutt’intorno. I servi ebbero paura e scapparono, dopo aver chiuso le porte della stanza. La massa bianca, lattiginosa, bollente, crebbe e crebbe, riempì la stanza, scardinò le porte e seppellì, come una valanga, tutti i commensali raccolti nel salone accanto. Poi fece crollare i muri esterni del castello, che andarono a colmare il fossato intorno. Da allora il “CanFriolo” non esiste più, come non esistono più i suoi crudeli padroni. E il Destino ha voluto che anche la Montagnola venisse completamente spianata e che la terra, intrisa di tanto sudore e testimone di tante umiliazioni, finisse sparsa lungo “la Brenta”.

Immagine3bCon le piogge autunnali, il grano sparso sul terreno germogliò e, a San Martino, il territorio lungo la Postumia assunse un meraviglioso colore verde smeraldo. Ai caldi raggi del sole della primavera, il grano formò delle grosse spighe, che poi maturarono in un bel colore giallo oro.

Alla ricorrenza del martirio di S. Pietro, alla fine di giugno, i bifolchi, i mezzadri, gli obbligati, le vecchine, i bambini, uscirono dalle loro capanne e, muniti di affilati falcetti, raccolsero le bionde spighe e poi portarono il grano raccolto al nuovo piccolo mulino, costruito da loro, in una località da allora denominata “Molinetto”.Erano tutti veramente felici e, usando la loro strana lingua, mezzo latino e mezzo tedesco arcaico, dicevano, riconoscenti verso il loro santo patrono: “Sancte Petre, en Guete!” (1)

Loro volevano dire: “Grazie, San Pietro, e buon appetito!”. Finalmente potevano mangiare anche loro il pane fatto con la farina, mentre la crusca la riservarono ai maiali, che ora potevano allevare.

Da allora la festa si ripetè ogni anno, e, con il passare del tempo, il luogo dove erano successi questi fatti venne indicato con la frase augurale che si scambiavano i suoi abitanti: “Sancte Petre, en Guete”, in seguito storpiato in “Sancto Petro in Gude” e ora “San Pietro in Gu”.

L’azzurro del cielo riflesso nell’acqua del fiume Go, il rosso del vino della vecchietta del Castellaro, il verde dei germogli di grano lungo l’antica Postumia e il giallo delle spighe mature trebbiate all’Armedola sono rimasti, nelle loro bandiere, a ricordo di questi fatti di un passato ormai lontano ma giammai dimenticato.

E il mugnaio? Di lui si è persa ogni traccia, ma se vi capita di andare a Lanzè, in via Mulino sull’Armedola, non abbiate timore di acquistare farina bianca o altro dal mugnaio Farina, perché di sicuro non c’entra con questa storia se non per il fatto di avere lo stesso cognome!

 

(1) Nel dialetto tedesco parlato in Svizzera, a nord del San Gottardo, “en Guete” significa “buon appetito”.

 

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