di Piersilvio Brotto
C’era una volta una principessa bellissima: i suoi capelli erano biondi, lucenti come la seta, la sua pelle come la madreperla e le gote rosee come ciliegie ormai mature.
Era così bella e così dolce che tutti la chiamavano “Ceresina”.
Suo padre, il signore del Castellaro, era amico di grandi signori e a uno di loro, il potente ma brutto e vecchio Ezzelino da Onara, aveva promesso in sposa la giovanissima figlia.
In attesa delle nozze, lei era costretta dal padre a vivere rinchiusa nel castello, sorvegliata a vista da madre, sorelle e governanti zelanti.
Nessuno la poteva vedere, tranne il mugnaio ed il suo baldanzoso figlio, i quali settimanalmente rifornivano il castello della farina macinata nel loro mulino, che sorgeva poco lontano.
Il giovane figlio del mugnaio era alto e robusto più di un guerriero e nel suo volto luminoso spiccavano due occhi azzurri come il cielo.
La prima volta che lo vide, la giovane principessa non poté fare a meno dì seguirlo con lo sguardo, mentre lui, sulle sue spalle robuste, trasportava, come fossero piume, sacchi ricolmi di candida farina.
Quando i loro occhi s’incrociarono, lui abbassò lo sguardo, come dovevano fare i suoi pari grado, ma quella breve occhiata bastò a riempirgli la mente, il cuore e il sonno di sogni dolcissimi, la notte successiva.
La settimana fu lunga a passare, ma arrivò il giorno della nuova consegna e non fu per caso se i loro sguardi nuovamente s’incontrarono, questa volta un po’ più a lungo.
Anche Ceresina, infatti, l’aveva sognato e desiderato come un frutto proibito.
Quando lo vide arrivare, lei scese lo scalone e con noncuranza lasciò cadere un fazzoletto profumato. Il giovane prontamente lo raccolse e con grazia e rispetto subito glielo porse.
Un dolce cenno del capo e un ineffabile sorriso accompagnarono il gesto del riceverlo, da parte della giovane principessa.
La consegna settimanale di farina diventò, da quel dì, un’occasione d’incontro sempre più dolce e sempre più audace, negli sguardi e nei gesti.
Fuori dal castello il giovane mugnaio non nascondeva più il suo sentimento; era sempre allegro e per strada canticchiava dolci canzoni d’amore.

A nulla servivano gli ammonimenti del padre ad essere realista e lo scherno degli amici che ora lo chiamavano “Ceresone”.
Anche le due sorelle di Ceresina erano al corrente dei suoi sentimenti e ciascuna, a modo suo, la consigliava: la più vecchia a non disonorare la famiglia, la più giovane ad assecondare i propri sentimenti.
Prima di passare il ponte levatoio del Castellaro, il giovane mugnaio faceva sempre un giro tutto attorno al castello, cantando dolcemente e spedendo, al volo, mille baci verso il balcone fiorito da dove lei con lo sguardo lo seguiva.
Ormai ogni consegna era buona per un incontro fugace, un abbraccio, un dolce bacio, al riparo di un pilastro o nel semibuio di un androne.
Tutto il mondo, fuori dal castello, ormai sapeva della pericolosa relazione.
A nulla servivano le prediche, le orazioni, le implorazioni della madre e del padre di Ceresone, che ben sapevano quali rischi correva la loro stessa famiglia; lui era più innamorato che mai e Ceresina lo considerava il suo principe azzurro: i due si abbracciavano e si baciavano dolcemente, in ogni frangente.
Anche al castello la notizia si sparse e, per ultimo, arrivò all’orecchio del principe padre, che un giorno li sorprese insieme...
Da allora al padre di Ceresone non fu più concesso di portare farina al castello e del figlio non si seppe più nulla e men che meno di Ceresina.
Dopo qualche tempo ci fu una tremenda alluvione, che sommerse le terre attorno al castello e allagò anche i sotterranei del maniero, dove, si mormorava, Ceresone e Ceresina erano tenuti prigionieri.
Quando le acque si ritirarono negli alvei, due corpi furono trovati, molto più a valle.
La gente del villaggio cominciò a pensare e a sussurrare che fossero quelli di Ceresone e Ceresina.
Da allora tutti cominciarono a chiamare il fiumiciattolo più grande Ceresone, e Ceresina la roggia che vi scorreva a fianco.
Tutti, infatti, ormai erano convinti che nei due corsi d’acqua vivessero gli spiriti immortali dei due amanti, prima uniti e abbracciati, come l’acqua della falda nelle viscere della terra, poi protesi come le loro braccia, nello scorrere nervoso dei fiumi, e infine di nuovo fusi, nell’immenso azzurro mare.
Intanto la vita del povero mugnaio diventava sempre più difficile.
Dopo aver perso quasi tutto il suo lavoro, egli viveva in povertà estrema, macinando solo le poche manciate di grano che i contadini riuscivano a sottrarre al loro padrone.
Al momento dell’arresto del figlio Ceresone, inoltre, il misero doveva al ricco signore del castello un carretto colmo di farina.
Del suo debito, a dire il vero, si era quasi dimenticato, quando, un brutto giorno, gli arrivò l’ingiunzione di saldarlo tutto, in un sol colpo, pena l’impiccagione.
Non gli restò che cercare consiglio da un suo fidato amico, di nome Anselmo, il quale dopo le alluvioni andava nel letto del fiume Brenta a cercare sassi, che poi cuoceva in una calcara. Una volta cotti, questi sassi diventavano miracolosi: bastava bagnarli e cominciavano a bollire, a produrre calore e si trasformavano in una specie di crema, bianca come il latte, la calce. Bastava impastarla con la sabbia e il risultato era una malta che serviva a tenere unite le pietre nelle case dei signori.
Per farla corta, dopo aver passato una notte agitata, il mugnaio si presentò dal suo amico, che era più furbo del diavolo, se non il diavolo in persona, e dopo avergli raccontato della minacciosa richiesta, lo supplicò, quasi piangendo: “ Ti prego, Anselmo, aiutami tu, perché questa notte in sogno mi sono visto impiccato, come Giuda, alla porta principale del castello”.
L’amico gli consigliò di fare una cosa inaudita: riempire i sacchi con la polvere ottenuta macinando i suoi sassi di calce e consegnarli al castello come fosse farina finissima!
Il mugnaio fece proprio così: arrivò al castello con il suo carretto pieno di sacchi ben legati, proprio quando stavano arrivando, per una festa, gli amici del signore.
Fatta la consegna, girò cavallo e carretto e se la svignò, mentre i servi svuotavano i sacchi nella grande impastatrice e sopra ci versavano lievito in abbondanza, nonché l’acqua purissima prelevata direttamente alle risorgive che alimentano la Ceresina e il Ceresone.
Caspita!...che meraviglia!... La pasta cominciò a lievitare come mai visto prima, ma poi anche a bollire, e a scoppiettare, mandando schizzi bianchi anche sui muri. I servi prima si misero a ridere, ma poi presero paura e scapparono fuori, chiudendo anche la porta della stanza. Se ci credete…, quella specie di pasta, bianca come il latte, ma densa e bollente come la polenta, continuò a crescere e a gonfiarsi senza più fermarsi; riempì la stanza e alla fine buttò giù le porte e precipitò, come una valanga, nella stanza di sotto, dove erano già seduti gli ospiti a pranzo!
Poi fece crollare anche i muri del castello, che andarono a colmare il fossato che c’era tutto attorno!
Del Castellaro ora resta solo il nome e di tutti quei signori non è rimasto niente!...neanche le ossa: la calce ha sciolto anche quelle!
Molto tempo è passato da allora, ma ancora adesso, quando arriva il piovoso autunno e la nebbiolina copre l’alveo dei fiumi, la gente che vive attorno al castello maledetto, ormai divenuto un tumulo di terra, si ritrova davanti al focolare e ricorda la triste e meravigliosa storia di Ceresina e Ceresone, morti per troppo amore. Alcuni abitanti particolarmente sensibili, ma solo loro, riferiscono che al vecchio mulino ormai abbandonato è talvolta possibile sentire, tra lo scroscio dell’acqua, il Ceresone mormorare le sue amorose canzoni. Le acque della Ceresina e del Ceresone sgorgano ancora oggi purissime dalla terra un tempo coperta da boschi, ora da verdi prati, e scorrono a lungo nella pianura, avvicinandosi o allontanandosi tra loro, prima di fondersi definitivamente nel mare.
