di Piersilvio Brotto
Tra le attività umane, quella del ‘pastore’ è una delle più antiche: risale addirittura gli albori dell’umanità.
La figura del pastore e i greggi di pecore costellano tutta la mitologia e la letteratura antica, greca e romana.
Nella Bibbia e nel Vangelo ci si rifà spesso a situazioni e termini del mondo pastorale: pecore, agnello, gregge, pastore, pascoli, fonti d’acqua, ecc.
Quanto detto significa che l’attività della pastorizia, a quel tempo, era importantissima, tanto da pervadere e invadere tutto il linguaggio.
Ai nostri tempi è un’emozione, una piacevole ma fugace sorpresa, per grandi e piccini, imbattersi in un gregge di pecore, con il relativo coro di belati, vicini e lontani.
Le pecore si spostano insieme, in modo compatto, tanto è vero che sono nati dei modi di dire che lo sottolineano: ‘a sì come on grege de piegore!’.

Se qualcuna di loro tentasse di distinguersi, di prendere una propria strada, ci penserebbe il ‘can da pastore’ a riportarla nella ‘giusta via’.
Sono, questi ultimi, animali meravigliosi, intelligenti e addestrati, che svolgono un lavoro fondamentale: basta un fischio, un cenno, un verso del pastore e il cane esegue velocemente, in modo preciso, l’ordine ricevuto.
In Irlanda mi è capitato di assistere ad autentici spettacoli all’aperto, organizzati per danarosi turisti da pastori intraprendenti, con protagonisti cani da pastore e docili pecore.
Il modo di vivere e di rapportarsi con il territorio dei pastori, da sempre, è stato in contrasto con la mentalità degli agricoltori, stanziali e legati ai propri terreni con un vincolo considerato indissolubile.
I pochi pastori, tre o quattro, che ancora resistono e percorrono il nostro territorio, specialmente d’inverno, sono gli ultimi di una schiera più vasta, che ancora operano la ‘transumanza’, termine che significa che il gregge si sposta nel territorio, in modo pendolare: in montagna in estate, e verso la pianura, fino al mare, in inverno, privilegiando terreni incolti o marginali, come quelli lungo i fiumi.
In passato c’era anche la ‘transumanza bovina’: c’erano cioè degli abili e furbi ‘pastori di vacche’ che in inverno portavano le loro mandrie a pascolare in pianura, fino a Chioggia, e ripagavano i contadini, gli agricoltori del posto, con i prodotti e i ‘sottoprodotti’ (letame) del loro bestiame.
I pochi pastori rimasti, per continuare a svolgere questo antico lavoro, devono superare difficoltà crescenti: strade sempre più trafficate e pericolose,ostilità e diffidenza degli allevatori stanziali, controlli sanitari e burocratici doppi rispetto a quelli a cui sono sottoposti i bovini…
I greggi, fino a mille capi, sono composti da pecore selezionate per la produzione di carne, mentre la produzione di lana e latte non è più economica.
La vita del pastore è piena di disagi (quasi sempre in piedi, spesso al freddo, tra la neve, sotto la pioggia) e di preoccupazioni (cercare il nuovo pascolo, attraversare una strada insidiosa, recuperare l’agnello appena nato, soccorrere la pecora ferita, …).
Fin da quando ero bambino ho sempre assistito con interesse e meraviglia al passaggio del gregge per le nostre vie di campagna, scherzando, alla fine della processione, sulle ‘mentine’ lasciate sul posto dai cari quadrupedi.
Da qualche anno mi sono avvicinato anche ai pastori, che prima guardavo da lontano, e parlando con loro ho cominciato a scoprire e a capire il loro mondo fatto di poche parole e di molti pensieri.
