El Scarparo

di Piersilvio Brotto

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Da un quarto d’ora sto cercando di recuperare un paio di scarpe di mia moglie, portate a riparare da una settimana.

Sono disperato: non posso tornare a casa a mani vuote, senza le beniamine della mia amata signora.

Lo aiuto anch’io, il presunto colpevole del reato di “occultamento di scarpe di pregio”:… niente di niente!

Rovisto dappertutto, cominciando dagli ultimi strati nella montagna di calzature e borse in pelle di tutti i colori.

Lui perfidamente confessa: “Eppure ci sono, da qualche parte! Sono sicuro che le ho fatte!”. Provo anche a chiamarle, con affetto, per nome. Alla fine ricordo che sono pur sempre un Tenente dei Carabinieri e faccio appello a tutti gli insegnamenti ricevuti alla Scuola Ufficiali di Roma. Le scarpe, a questo punto, non hanno scampo: le scopro acquattate, indifferenti, tra la folla di reperti di tutti i tipi, mimetizzate in una comune borsa da spesa di plastica, anch’essa fuorilegge, quasi da un anno. Entrambi noi due detectives tiriamo un sospiro di sollievo: immediatamente le arresto e pago io, per loro, il (giusto) prezzo.

Immagine2Forse non lo avete ancora capito, ma io sto facendo tutto questo in terra straniera, in quel di Pozzoleone e davanti a me ho l’unico calzolaio, pardon!, “scarparo” della zona.

A San Pietro in Gu, non ne è sopravvissuto neppure uno. L’ultimo a lasciarci è stato Giuseppe Fabris, per i più “Bepi Pistoea”, che ha resistito, in attesa che qualcuno gli desse il cambio, fino ad oltre novant’anni.

Immagine3Prima di lui se n’era andato Angelo Bonotto, il quale spesso alternava l’uso della lesinanella sua bottega di calzolaio alla confezione di un cartoccio di limoni nell’attiguo negozio di frutta e verdura, se la buona Tea, la madre, sorda come una campana, non ti sentiva suonare alla porta.

Molto tempo prima si erano ritirati dal mestiere e dalla vita Piero Passaia, del Go come Angelin Bonotto, e Segato, che aveva svolto il suo lavoro prima a Barche e poi alla Madonnina della Calonega.

Immagine4Così sono andato a Pozzoleone (stavo per dire a …Canossa), terra dei miei antenati, con un paio di scarpe… e il cappello in mano!

Lui è stato gentile, non mi ha chiesto né perché né percome, e neppure il nome. Mi ha semplicemente detto: “Torni fra una settimana”. Lui è Giacomo Tolio, 78 anni, calzolaio o meglio “scarparo e socoearo” da sempre.

Sugli scaffali ci sono in bella mostra i suoi capolavori: scarpe, scarponi, scarpette-bomboniera, fatti completamente a mano, su misura, ad arte, come si faceva una volta., utilizzando materiali pregiati.

Mi fa vedere, mostrando grande disprezzo, scarpe e stivali quasi nuovi, ma con le suole beanti come bocche spalancate o i tacchi infidi e pericolosi: questa è la nuova tecnologia, da quando la plastica ha surrogato la pelle e il cuoio e il lavoro a catena di anonimi operai di “chissàdove” ha sostituito il lavoro certosino e l’arte degli ormai introvabili “scarpari “ nostrani. Sì, perché una volta “el scarparo” le scarpe le faceva davvero, come il sarto ti faceva il vestito, su misura.

Mentre lo osservo lavorare e lo ascolto mentre racconta, nella sua stanzetta-laboratorio, tre metri per due, abbondanti, ripenso alla trasmissione radiofonica di fiabe per bambini dal titolo “Mastro Lesina” e alla canzoncina che il  protagonista canticchiava:

Son Mastro Lesina,
son ciabattin.
Faccio scarpette di tipo assai fin.
Mentre lavoro,
mi piace cantar.
Trallalà…lallà…lallà.

Il nostro Giacomo, che tutti chiamano “Meto” (abbreviazione di “Giaco-meto”), non lo sento cantare, ma è amabile nel conversare: al mio arrivo avevo trovato un altro cliente in dolce ascolto.

Rimango oltre un’ora con lui, a ricordare e a riflettere.

Comincia a 11 anni, due settimane dopo aver finito la quinta elementare, a frequentare la bottega del Sig. Baggio. Sono in sette, tre adulti e quattro ragazzi. E’ il 1944, anno di guerra. Chiaramente di paga non si parla nemmeno, nei cinque anni in cui rimane a imparare; al massimo qualche mancia da 10 “franchi” di carta. Nei sei anni successivi, presso un altro “scarparo”, 8 dipendenti, ogni tanto arrivano 500 “franchi”, ma siamo già negli anni ’50 e Giacomo ha oltre vent’anni.

Per guadagnarsi qualcosa, tra i 22-23 anni “Meto” comincia a lavorare di sera, a contratto, a cottimo, anche da un altro calzolaio che fa ciabatte, guadagnando 25 franchi al paio.

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Finalmente, nel ’57, si mette in proprio, prendendo dapprima una stanza in affitto in centro a Pozzoleone e poi aprendo anche un negozio. Tanta gente paga ogni sei mesi, a volte dopo un anno, e Giacomo è costretto a tenere un libretto con una lista lunga lunga di debitori. Ai nostri giorni la sua bottega ospita scarpe e borse già riparate che i legittimi proprietari neppure ritirano, perché, dice lui, “ghi n’è massa”. Ogni tanto il nostro Giacomo svuota il suo deposito, donando le “orfanelle” all’Associazione che raccoglie fondi per il Mato Grosso.

Giacomo ha 78 anni e lavora ancora per passione e per arrotondare i proventi della sua modesta pensione.

Di clienti ne ha tanti, che vengono anche da Schio, da Vicenza, oltre che da Pozzoleone e dintorni, perché di “scarpari no ghi n’è altri”. Sono un ricordo i tempi in cui a Pozzoleone c’erano una quindicina di persone che lavoravano nel settore a fare “scarpe, sghelmare e socoi”.

Ora quale giovane avrebbe più la pazienza di “fare la gavetta” in un lavoro artigianale, per di più poco redditizio? Così presto andranno persi anche i piccoli “segreti” del mestiere.

Nei grossi Centri Commerciali ci sono, è vero, i Mister Minute che in pochi “minuti”, mentre fai la spesa, ti cambiano i tacchi o ti incollano una suola di gomma, ma è tutta un’altra cosa: fanno solo lavori semplici, standardizzati. Prova a presentarti con una richiesta un po’ fuori del comune e vedrai che cosa ti rispondono!

Sono cambiati i tempi: ora è di moda l’usa e getta anche per i beni di consumo “durevoli” e i giovani vengono avviati in percorsi formativi di livello universitario, impostati sul sapere teorico più che pratico, con prospettive occupazionali fumose…

La conversazione prosegue in modo piacevole e interessante, ma lo sguardo cade casualmente sull’orologio e mi accorgo che si è fatto tardi. Allora mi congedo da Giacomo, stringendo tra le mani le scarpe della mia signora, rimesse da lui a nuovo con cura e competenza e, mentre me ne vado, credo di capire perché esse avevano tentato di restare nella bottega, dal loro amico “Meto”.

 

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