di Piersilvio Brotto
E’ da parecchio tempo che sto dando la caccia al “tagliator di teste maschili”. Finalmente, in una fredda giornata di gennaio, con la neve gelida che “sgrensa“ sotto le scarpe, lo scovo, nascosto nel suo rifugio, una calda cucina. Le sue lame hanno mietuto milioni di vittime: bianchi, neri, rossi, non importava, lui non risparmiava nessuno di loro. Se non bastava il primo colpo, le sue lame ritornavano a colpire, finché l’autore della strage non era pienamente soddisfatto.
Le povere vittime finivano a terra insieme a tutte le altre, calpestate prima di essere nascoste, in un sacco, in un buio sgabuzzino.
Se è vero, come è vero, quello che dice il Vangelo, che nessun capello cade al nostro capo senza che il buon Dio lo sappia, quanto lavoro ha procurato al Padre Eterno il nostro Bepi, el barbiero!
In una testa maschile normalmente vivono e crescono dagli 80.000 ai 150.000 peli, detti capelli, e sul volto di un maschio adulto, altre migliaia di peli, che normalmente vengono sfrondati, accorciati, rasati; innumerevoli miliardi sono quelli caduti sotto le lame affilate delle forbici o del rasoio di Bepi, nei 45 anni ed oltre della sua attività!
Bepi Sovilla, nato nel 1934, dopo una prima esperienza di lavoro minorile come stalliere nell’allevamento di cavalli di Borgato, fu messo dal padre Adolfo come garzone di bottega da Ignazio Onisto nel 1945, appena finita la Seconda guerra mondiale.
Lì rimase per otto anni, compiendo dapprima i lavori più umili come “spassare par tera”, spazzolare le spalle dei clienti e servendo in seguito, progressivamente, i meno esigenti, ma anche i malati e i morti nelle loro abitazioni, e ricevendo, come compenso, una mancia di 50 lire alla domenica.

Quando un giorno Ignazio disse: “Mi son stufo de fare el barbiero dei contadini” e se ne andò ad aprire bottega in città, Bepi gli subentrò nell’attività.
Dopo due mesi Ignazio ritornò “con le pive nel sacco”, perché in città non aveva sfondato, e Bepi dovette restituirgli l’attività; allora decise di aprire negozio dalla Turatella, visto che il barbiere Nino, figlio della Maria Turatea, aveva deciso di cambiare lavoro e si trasferiva altrove. Nel locale affittatogli (a 10.000 lire al mese!) rimase un anno, in compagnia di un altro neofita barbiere, Franco Pozza.
L’orario di lavoro era dalle 7.30 alle 12 del mattino e dalle 13 del pomeriggio fino a tarda sera, perché spesso i clienti venivano recuperati proprio alla sera, specialmente il sabato, alla vicina osteria, dove andavano a giocare a carte.
A questo periodo è da ascrivere un episodio che è rimasto nelle cronaca, se non nella storia guadense. Un giorno i due, forse nella speranza di rinforzare i loro bulbi capilliferi, purtroppo deboli, si raparono la parte centrale della calotta cranica, e poi andarono a Vicenza, alla Standa, a far bella mostra di sé, inseguiti da uno stuolo di bambini e di curiosi divertiti da questi due campagnoli scambiati per clowns.
Tornando a casa in corriera, Bepi non fu riconosciuto neppure da un’amica della sua morosa, nonostante gli fosse seduta accanto.
A quel tempo in paese di barbieri ce n’erano più di uno, se consideriamo che spesso era questa un’attività che ne affiancava un’altra: oltre a Rino Tagliaro e a Ignazio Onisto, in centro al paese c’era Lino Prandina, che faceva anche il sarto; a Barche il gestore dell’osteria “Alla Nineta” alternava “on goto de vin” servito a un cliente a una sforbiciata assestata a un altro; faceva el barbiero anche il padre di Marieto el postin in Via Roma, Pippo Soghe al Formigaro e qualche altro ancora.

Ma quanti “barbaecaviji” servivano per pagare una pigione di 10.000 lire al mese! Dopo un anno trascorso nel locale della Maria Turatea, Bepi el barbiero aprì bottega al Go, nella casa dello zio Gino Sovilla, dove l’affitto, di 2500 lire al mese, era più sopportabile. In seguito, nella ex “corte dee bae” gli fu costruita, con lavoro domenicale, in blocchi di cemento, una stanza con annesso sgabuzzino, e lì Bepi sistemò due poltrone nuove acquistate a Cittadella. Per scaldarsi, d’inverno, usava una stufetta a petrolio.
I materiali di consumo più utilizzati erano il sapone e la brillantina; al cliente, dopo il taglio, veniva inoltre spruzzata dell’acqua di colonia e, all’inizio dell’anno nuovo ad alcuni privilegiati venivano regalati dei calendarietti anch’essi profumati.
I suoi clienti erano i più svariati, dai più umili e semplici, al maestro, al cappellano, ai conti Zilio padre e figlio, che venivano serviti in villa. Anch’io già da bambino frequentavo la sua bottega, ove talvolta, a dire il vero, provavo disagio per i discorsi non sempre edificanti affrontati dagli adulti presenti.

Tra gli aneddoti che Bepi mi racconta c’è quello dei fratelli Cocco, due anziani che abitavano al Go che traevano sostentamento da “una vacheta e du vedeeti”. Ebbene, i due fratelli, quando era ora di pagare, invece delle trenta lire fissate per tariffa, tiravano fuori a fatica dieci lire e stavano lì, impalati, in attesa della rimanenza. A questo punto Bepi non aveva il coraggio di deludere la loro aspettativa e dava “qualche franco” di resto. Il bello però era che a Natale e a Pasqua i fratelli Cocco, con gesto magnanimo, rinunciavano alla rimanenza e gli facevano così la mancia!
Un vero e proprio tormentone tra i suoi frequentatori era divenuta una frase pronunciata da Bortolo, uno dei tanti personaggi caratteristici di cui era allora ricco il Go, che abitava in curva, dall’altra parte della strada: “Senpre uli, senpre uli,... mai menetra ana,... a copo ‘a merla mi!” (Spiegazione: Sempre fagioli, sempre fagioli,... mai una minestra di anatra,... finisce che uccido e mi mangio la merla da richiamo che è in gabbia!). Nel 1990 Bepi ha chiuso la sua bottega al Go ed è andato in pensione, anche se alcuni clienti hanno continuato a rivolgersi a lui.
Ora il mestiere del barbiero in paese è quasi estinto: i giovani e quelli che hanno una bella chioma vanno dal parrucchiere o dal coiffeur, mentre i tipi nostalgici, o quelli come me che di capelli ne hanno pochi, cercano e, se hanno fortuna, trovano qualcuno che faccia ancora questo mestiere e magari addirittura si chiami “Barbiero”!