La lavandara

di Piersilvio Brotto

lalavandara

Quanti di noi sanno, per esperienza o per cultura, che cos’è il “ginocchio della lavandaia”?

In breve ve lo dico io: è un’infiammazione che colpisce il ginocchio, dovuta a varie cause, tra le quali figurano i traumi ripetuti dovuti alla posizione che assumevano le ginocchia delle lavandaie quando stavano a lungo piegate a 90 gradi sul lavatoio di pietra o di legno, lungo un corso d’acqua o davanti a una vasca pubblica.

I meno giovani certamente sanno e i più giovani dovrebbero sapere che una volta i panni non uscivano belli, puliti e magari quasi asciutti, da un elettrodomestico chiamato lavatrice, ma dovevano essere lavati a mano e strizzati da esseri umani, quasi sempre le donne, le “lavandare” appunto!

Lavare i panni, le lenzuola, le tovaglie, era un lavoro faticoso, compiuto spesso al freddo, immergendo le mani nell’acqua fredda, impugnando bruscheto e saon e infine strizzando i tessuti, spesso canapa e lino, con forza per accelerarne l’asciugatura…

Il bucato lo facevano le donne di famiglia, le madri, le spose, le figlie e spesso anche le lavandare per mestiere o per necessità. I nobili e i ricchi, infatti, ricorrevano all’opera delle donne del popolo, spesso le nostre nonne, per lavare i loro panni sporchi.

E gli uomini?

Da “bravi” maschi, nella ripartizione del lavoro si erano riservati altre attività, spesso anche più gravose, ma non questa, considerata umile e “femminile”.

Quando le donne stavano al lavatoio, ricurve sul laveo, li potevi magari vedere circolare nei paraggi, intenti, più che a collaborare con loro, ad osservarne le rotondità, anteriori e posteriori, e magari a commentarle!

Le donne spesso si trovavano a lavare in gruppo, parlando e sparlando dei fatti loro e specialmente di quelli degli altri, per cui spesso si diceva: “te ghe la boca de ‘na lavandara”.

Personalmente, ricordo di aver visto, da bambino, molte donne al fosso intente a lavare. Il luogo prescelto era per lo più la bevarara, già di per sé dotata di una dolce pendenza verso l’acqua, dove veniva posato il laveo di legno.

A San Pietro in Gu le potevi facilmente vedere al guado del Go e ai vari fontanoni, di Barche, del cimitero, ...

Ricordo anche l’imbarazzo quando un’amica americana di mia moglie, verso la fine degli anni ’70 si fermò a fotografare, come fosse un reperto preistorico, un laveo ancora presente e utilizzato in una bevarara poco lontano da casa mia.

Recentemente mi é stata mostrata una vecchia foto, scattata a Villalta Bassa, in Via Capparozzo, poco lontano dal capitellodedicato alla Madonna, esattamente alla curva fra il negozio di Marangoni e il Consorzio Agrario di Genero.

La signora Giustina e il signor Mirco Cecchetto, che hanno la loro casa a fianco del capitello, fanno a gara nel raccontarmi come la foto illustri quello che succedeva in contrada cinquanta anni fa.

Le donne arrivavano sul posto di lavoro trasportando la lissia su una carriola o un carrettino.

Il laveo grando, con due postazioni di lavoro, serviva specialmente per bruschetare i tessuti più ingombranti e pesanti, come le lenzuola di canapa, il cui cambio nei letti avveniva poche volte all’anno, per cui era opportuno usare dei detersivi efficaci come il lissiasso, caliera, per poi far filtrare il liquido attraverso il bugaroeo, steso in un masteo, sopra la biancheria da lavare.

Anche il sapone, prodotto in casa utilizzando il grasso di maiale e qualche additivo chimico acquistato in drogheria, faceva la sua parte.

Quando c’erano tre o quattro donne a lavare, “el fosso jera on marcà”, osserva Mirco: le donne amavano compiere questo umile lavoro in compagnia ed anche in allegria.

Nel fosso, la roggia Poina, c’era molto pesce, “marsoni, spinose, pesseto bianco” e tra le lavandare c’era chi il necessario per fare una fortaia se lo portava a casa.

La Giustina ricorda inoltre come la mamma prestasse la sua opera come lavandara anche per qualche famiglia agiata del paese. Per questo lavoro veniva pagata in natura: qualche bottiglione di vino, farina da polenta, sacchi di scataroni, ecc.

Tutto serviva per arrotondare i magri introiti della famiglia composta da 17 persone “tra sposai e non sposai”, genitori, fratelli, sorelle, figli e figlie, con solo cinque campi da coltivare e“poche vachete in staea”.

Così le donne si industriavano anche con l’allevamento di gaine e arne, mentre gli uomini si davano da fare facendo “el barbiero” in casa, o piccoli trasporti con “el caretin”, o lavori nei campi per conto terzi, per esempio “sunare el sorgo, vangare l’orto, segare co’ ‘a falsa”.

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