Da San Pietro…a San Paolo, passando per Rio.

di Piersilvio Brotto

 

Chi di noi, se avesse una foto che lo ritrae con lo sportivo italiano più famoso di tutti i tempi, il leggendario pugile Carnera, non ne sarebbe orgoglioso e non l’appenderebbe, debitamente ingrandita, nella stanza più bella e più frequentata della propria casa?

E’ esattamente quello che ha fatto Renato Baghin, che, nella foto qui sotto riportata, è ritratto ancor giovane, con una tuta che parla del suo lavoro, accanto al mitico personaggio. Chiaramente, non è stato il nostro ‘piccolo’ Renato a far visita a Carnera, perché, di solito, quando si fa visita a qualcuno di importante ci si veste a festa, ma questa volta è successo che il personaggio famoso si è recato, lui in persona, a casa di un guadense.

Se proseguite con la lettura, vi racconto le cose per filo e per segno.

Dovete sapere che il nostro Renato Baghin, nato in Via Go nel 1937, secondo di tre figli, nel gennaio 1958, per evitare il servizio militare che allora durava due anni, decise di espatriare.

La sua famiglia aveva un’officina e un distributore ‘FINA’ accanto al ristorante ‘Ai Giardini’, lungo la strada allora più frequentata, la vecchia statale che porta a Vicenza (quella nuova risale al 1964).

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Lì aveva imparato il mestiere del meccanico d’auto e in particolare dell’elettrauto. Partito a spese proprie in nave da Genova, dopo le rituali tappe a Napoli, Marsiglia, Barcellona, Lisbona, Dakar e Capoverde, sbarcò a Rio de Janeiro, in Brasile, con un unico indirizzo in tasca, quello dei Paganini, originari di San Pietro in Gu, che però abitavano a San Paulo. Immaginatelo il nostro Renato, per le vie della città famosa per il suo carnevale, spaesato, intimidito per il fatto di non poter spiccicare neppure una parola di portoghese.

Girovagando per la città, vede un’insegna: FIAT, che gli fa sobbalzare il cuore in petto. Si avvicina timidamente e fortuna vuole che s’imbatta in un operaio che parla nientemeno che la nostra amata lingua veneta.

Lì trova lavoro e dà buona prova di sé e delle proprie capacità lavorative, tanto che quando, dopo poco più di un mese, decide di trasferirsi a San Paulo, i responsabili dell’officina cercano invano di non perderlo.

Renato in realtà non sopporta il clima caldo e umido della città, per cui, dopo una visita ai Paganini a San Paulo, i quali avevano un’impresa di costruzioni stradali, si trasferisce in quella città a lavorare come elettrauto presso l’officina per camion di un tale Michele Ferretti. Passati quattro, cinque mesi sotto padrone, si mette in proprio e grazie alla sua dimestichezza con le apparecchiature di Bosch, Magneti Marelli e i motori Alfa Romeo, gli affari gli vanno bene e dopo due anni si può permettere tre mesi di ferie in Italia.

Dimenticavo di dirvi che il nostro Renato non aveva speso tutto il suo tempo a lavorare e dopo un anno aveva conosciuto una splendidaragazza austriaca, Margot Otta, nata a Vienna nel 1940 ed emigrata in Brasile nel ’49 (la sua storia, a dire il vero, richiederebbe molto più spazio) che sposa nel ’61.

Nella sua officina di San Paulo, un giorno un suo cliente, da camionista divenuto tassista, si presenta con un passeggero eccezionale, in quel periodo a San Paulo per una tournée di lotta libera, sport cui si è dedicato dopo i trionfi e gli insuccessi nella box. Per oltre una settimana frequenta l’officina e la riempie con la sua mole da gigante buono, dalla voce un po’ roca e dall’accento friulano.

Immagine2Che cosa avrà spinto il nostro Renato a rientrare in Italia nel ’62, con una moglie austriaca, un figlio nato da poco, nonostante l’officina funzionasse a gonfie vele?

Reinserirsi in Italia, in un paesello di campagna ancora privo di industrie, sicuramente non è stato facile, come non è stato facile convincere qualcuno al distretto militare di Padova a risparmiargli la ‘naja’, cui era sfuggito per cinque anni.

Prima di reinserirsi definitivamente nell’officina famigliare, non è mancata neanche una breve esperienza a Vienna, patria della moglie, come autista del console italiano in quella città. Ma, tutto sommato, è meglio avere una tuta sporca di ‘morcia’, conclude il nostro compaesano, che una livrea che ti costringe ad aprire e chiudere servilmente le porte agli altri.

Del Brasile, che Renato non esita a definire ‘la più bella esperienza della mia vita’, è rimasto il ricordo sia del personale benessere, ma anche quello della disperazione di tanti brasiliani, provenienti dal nord est del paese, durante una prolungata siccità che aveva provocato carestia e miseria in quella regione.

Lo incontro per redigere questo racconto nella sua casa in via Dante, lungo la statale, mentre si accinge a partire per una breve visita ai parenti a Vienna e la moglie Margot, che oltre al tedesco parla bene il portoghese del Brasile, mi si rivolge simpaticamente nel mio amato dialetto, tanto che all’inizio l’avevo scambiata per una autentica …’poentona’!

 

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