di Piersilvio Brotto
La prima migrazione dall’Africa dell’homo erectus (ominide) è avvenuta un milione e mezzo di anni fa e ha interessato l’Asia e l’Europa. Più recentemente un’altra ondata migratoria, questa volta dell’homo sapiens (individui già assai simili a noi), dall’Africa sub sahariana ha riguardato l’Asia (circa 70-75.000 anni fa), l’Australia (60.000 anni fa), poi l’Europa (40.000 anni fa) e infine l’America (non prima di 25.000 anni fa) attraverso la Beringia, una striscia di terra tra l’estremità orientale dell’Asia e l’Alaska, rimasta emersa tra 25.000 e 10.000 anni fa. Perciò noi Europei, di razza ‘ariana’ o giù di lì, siamo discendenti di emigrati africani!
Di pagine sulle migrazioni, da Sud, da Est e da Nord, sono ricchi i nostri manuali di Storia. Qui ricordiamo solo gli spostamenti, verso l’Italia, dei Liguri, dei Siculi, degli Italici e degli Etruschi, degli Ebrei dalla Mesopotamia alla Palestina, dei Fenici e dei Greci all’interno del Mediterraneo, e, in tempi più recenti, le cosiddette ‘invasioni barbariche’, cioè le migrazioni di intere popolazioni (guerrieri e le loro famiglie). A titolo di esempio, ne citiamo solo alcune: gli Unni di Attila (452 d.C.), i Vandali, i Visigoti, gli Ostrogoti, i Franchi, i Longobardi, gli Angli, i Sassoni, gli Alemanni, i Vichinghi, gli Ungari, ma anche i Turchi, dalla Siberia all’attuale Turchia.
Dopo le scoperte geografiche, dal 1500 fino al 1950 circa, furono gli Europei che emigrarono verso le Americhe, l’Australia, il Sud e il Nord Africa. Riportiamo alcuni dati che riguardano noi Italiani: oltre 20 milioni di migranti in un secolo, dall’Indipendenza (1860) al 1960.
Le destinazioni dei nostri connazionali: Sud America (soprattutto Argentina, Brasile e Venezuela), Nord America (Stati Uniti e Canada) e Australia, nei primi 100 anni dall’Unità d’Italia; Svizzera, Francia, Germania, Belgio, Inghilterra…, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Motivo dell’espatrio: “ catar fortuna!”
Ma torniamo agli Europei: non contenti di avere schiavizzato e quasi sterminato le popolazioni indigene (gli Amerindi) del Nuovo Mondo appena ‘scoperto’, cominciarono a importare gli Africani, per farli lavorare nelle miniere o nelle piantagioni delle loro colonie, andandoli a catturare o a comprare lungo le coste africane occidentali, in particolare del Senegal e del Golfo di Guinea. I protagonisti di questo commercio: Spagnoli e Portoghesi, ma anche Inglesi, Francesi, Olandesi, Danesi e Svedesi.
Gli storici calcolano che gli Africani ‘emigrati’ con la forza siano stati fra i 9 e i 12 milioni e che i morti per malattie e stenti durante la traversata dell’Atlantico o durante la schiavitù siano stati circa 4 milioni.
Queste cifre fanno impallidire quelle attuali: duecentomila Africani che ogni anno sfidano il Mare Mediterraneo su barconi fatiscenti (e dei quali alcune migliaia muoiono affogati!) appaiono bazzecole, a qualcuno!
Ma perché vogliono venire via dalla loro terra, sfidando la morte nel deserto, la cupidigia priva di scrupoli dei mercanti-trafficanti-traghettatori-speculatori e l’ostilità dei loro “lontani parenti” europei, che vorrebbero respingerli con le brutte?
Amadou Danso, uno dei tanti giovani richiedenti asilo arrivati nel nostro Paese, il 5 Dicembre 2014 così si esprime davanti al folto pubblico presente nella Biblioteca di Sandrigo:
“Sono molto contento di essere stato invitato qui, perché so che molti di voi che sono qui non capiscono perché noi siamo qui, quindi sono felice di spiegarvi alcune cose sul perché noi siamo qui.
Come sapete, veniamo dall’Africa, dal Gambia, uno Stato molto piccolo nell’Africa occidentale vicino al Senegal.
Abbiamo svariati motivi: qualcuno ha problemi sociali; qualcuno ha problemi politici; qualcuno è perseguitato: Quindi è molto difficile per noi avere il diritto di reclamare quello che vogliamo fare per la nostra vita. Abbiamo diversi motivi per migrare. (…)
Abbiamo dovuto fare questo viaggio perché abbiamo bisogno di salvare la nostra vita, abbiamo bisogno di vivere una vita migliore e abbiamo tutti il diritto di farlo. (…)
Il Gambia è praticamente circondato dal Senegal. Quindi se vuoi uscire dal Gambia devi passare per il Senegal. Poi dal Senegal, come potete vedere dalla freccia, siamo passati al Mali. Poi dal Mali al Niger, poi dal Niger alla Libia. (…) Ho viaggiato con altre persone: alcune sono ancora là, altre non so dove siano. Ma parlando della Libia, tutti sappiamo che è in una situazione di emergenza ed è stato molto difficile per noi stare là: è un Paese molto difficile, ci sono armi ovunque nelle città; chiunque ha un’arma, quindi è stato molto difficile. Mentre ero in Libia ad un certo punto ho deciso: “Devo andarmene da questo Paese. Devo tornare da dove sono venuto”. Ma a quel punto la situazione in Libia era che andare avanti era più facile che tornare indietro. Era stato un viaggio molto lungo: nella mia percezione dal Gambia alla Libia erano 40 mila chilometri.
Era giunto il momento per noi di attraversare il Mar mediterraneo. Era una situazione molto rischiosa, ma dovevamo attraversarlo in ogni caso. In Libia c’è questo tipo di trasporto, di traffico di umani. E’ così che funziona. Devi pagare per andare con un gommone; è una barca molto leggera e molto pericolosa. (…) Siamo salpati dalla Libia alle 4 della mattina. Abbiamo navigato 6,7 o forse 8 ore.
Poi nel pomeriggio abbiamo visto la nave di salvataggio “Napoli”. Ma prima di vedere la scialuppa di salvataggio abbiamo avuto problemi al gommone: si ere bucato e si stava sgonfiando, l’acqua entrava e avevamo perso la direzione. Da quel momento potevamo morire tutti. (…)
Se non fosse stato per la Guardia costiera saremmo annegati tutti”(… )
Le testimonianze, come quella di Amadou, possono aiutare a capire le cause immediate, personali, dell’emigrazione africana, ma ci sono anche le cause ‘remote’, molto più importanti. Non si può ignorare, infatti, che Stati europei, come l’Inghilterra, la Francia, la Spagna, il Portogallo, i Paesi Bassi, la Germania, il Belgio e in ultima anche l’Italia, nel XIX e XX secolo, trasformarono immensi territori africani in vere e proprie colonie, da sfruttare sistematicamente, esportando le loro ricchezze, costituite da materie prime (minerali, legname, ecc.) e da prodotti agricoli, dopo avere introdotto la monocultura nelle piantagioni (degli arachidi, del cacao, della frutta esotica,…). Agli Africani sono rimasti spesso i terreni marginali, poco produttivi e talvolta colpiti dalla desertificazione, oltre che l’atavica arretratezza tecnica.
La prolungata presenza nostrana da “civilizzatori” ha innanzitutto disarticolato i vecchi equilibri tribali e le primitive organizzazioni sociali di molte popolazioni e ha poi “completato l’opera”, ammaliando le nuove generazioni con i nostri sofisticati prodotti tecnologici e il nostro consumistico stile di vita.
Queste sono le premesse: a ciascuno di noi il compito di tirare le debite conclusioni, teoriche e pratiche.