Percorso N° 1
Tracciato: Palestra – Armedola – Lanzè – Vaticano – Calonega – Barche – Ceresone – Zanchetta – Palestra.
Lunghezza del percorso: Km 11
Personaggi: il Professore, sua moglie, Toni.
Arriviamo all’appuntamento un po’ in ritardo. E’ il 9 Gennaio 2005 e per la dodicesima volta il Gruppo Iniziativa Barche ha organizzato la Marcia Straguadense.
E’ una giornata un po’ nebbiosa e davanti alla Palestra Comunale c’è molto movimento: gente che parte, gente che arriva trotterellando; c’è chi si beve un té caldo e chi chiacchiera e scherza.
Toni: “Ciao, Professore, te sì ‘rivà finalmente. Varda che xe xà ‘e nove passà e i stà par sarare le iscrission”.
Sbrighiamo rapidamente le formalità: paghiamo un euro e mezzo a testa; ci consegnano un cartellino che appendiamo al collo, come fosse una medaglia, e partiamo verso la piazza.
Via Asilo è piena di auto parcheggiate e più di una funge da ufficio pubblicitario di altre marce in programma nelle prossime domeniche.
E’ una festa: ci sono persone di tutte le età, anche piuttosto anziane, vestite con tute multicolori e scarpe da ginnastica.
Noi siamo un po’ fuori moda: abbiamo sì delle scarpe comode, ma per il resto siamo vestiti da “passeggio”. Arrivati nei pressi della farmacia, giriamo a destra, come ci indica il primo cartello, sul quale in tre diversi colori sta scritto: 6 – 11 – 20 Km.
C’è una piccola discussione, tra il Professore e sua moglie, sul percorso da fare: lui, forse un po’ pigro, si accontenterebbe dei 6 Km, col pretesto che è tardi, che a lui piace gustarsi la passeggiata, e altre scuse del genere. Alla fine vince, come sempre, lei, che dopo aver proposto i 20 Km, concilia sugli 11.
Nel frattempo abbiamo superato la piazza, piena di auto in sosta, e davanti al cimitero lasciamo che vadano a sinistra i “paurosi”, che si accontentano del percorso più breve, mentre noi passiamo accanto alla recinzione del camposanto, in direzione della Statale.
Non rimane inosservata la nebbiolina che s’innanlza dallo stagno che ne fiancheggia la parte terminale.
Toni: “Eh ciò, qua ghe xe ‘na risorgiva, bastansa importante. I tusi de ‘a scòea elementare i vien qualche volta co ‘e maestre a vardare e a fare qualche disegno”.
In effetti, è la prima risorgiva che incontriamo. Peccato che il luogo non sia tanto curato.
Il fatto che confini con il cimitero, poi, a qualcuno mette un po’ di tristezza, perché l’acqua della falda lambisce quasi le bare dei propri cari.
Per fortuna il nostro passo è buono e deciso e già ci troviamo in prossimità dell’osteria della “ Maria Turatea”. Dalla porta, casualmente aperta, intravvediamo un po’ l’interno, molto tradizionale.
Il Professore si ricorda di quando, ancora piccolino, qui è venuto per un pranzo matrimoniale. Negli anni ’50, infatti, un pranzo di nozze spesso si faceva ancora in casa o in una buona trattoria.
Presso la “Turatea”, allora più di oggi, si ritrovavano specialmente quelli che bevevano qualche “ombra” e giocavano a carte, in particolare nei pomeriggi della domenica.
Oggi, come allora, dalla porta semiaperta, esce uno sbuffo che sa di fumo, di vino e di caffè.
Chissà perché la gente ricorda questa osteria con il nome della donna che la gestiva?
E il marito c’era? Cosa faceva?
Il terzo cartello ci indica di svoltare a destra e di passare dietro i capannoni moderni, sorti dove c’era la fornace.
Se proseguissimo diritto lungo la via, che probabilmente una volta si chiamava “Via Fornace”, passeremmo a fianco della casetta del custode, ancora là, mentre la vecchia fornace, con la sua alta e snella ciminiera, con i suoi forni e i suoi depositi di mattoni cotti o in attesa di cottura, non esiste più, è stata rasa al suolo, spazzata via come il ricordo di un’epoca di povertà e di miseria.
A suo tempo, la fornace era l’unica struttura di tipo artigianale-industriale del paese. I suoi carrelli, simili a quelli di una miniera, percorrevano in lunga fila, su due leggere rotaie, il tratto di strada che li separava dalla cava di argilla più vicina, dove venivano riempiti di umida terra giallastra e poi tornavano, sempre in fila indiana, alla fornace.
Il Professore osserva che nelle vicinanze ci sono diversi campi che si presentano un po’ più bassi del suolo circostante, proprio perché sono stati scavati a tappeto. I carrelli, se lo ricorda bene, arrivavano fino da Rigon, in Via Biasiati, pilotati dal “vecio Baeta”.
Toni:” ‘sto ano a go racuerto ‘a casa e go rancurà tanti cupi co’ scrito “Domeniconi”, che i jera i paruni de ‘a fornasa. Te vedissi che cupi, bei, russi e grossi che ‘desso cussita no’ i ghe ne fa pì.” Percorrendo la strada deserta dietro i capannoni, passiamo sopra un ruscello che fuma, pure lui, e ci sembra di scorgere i segni di una risorgiva. Infatti, vediamo nell’acqua dei cerchi concentrici che si allontanano da una polla centrale.
Alla fine la strada si restringe e sbocca in Via Armedola ed allora giriamo a destra. Lungo il lato sinistro della strada c’è un filare di gelsi, in parte già potati. Il Professore ha un rigurgito di ricordi, legati ai “morari”.
Quand’era piccolo, racconta, andava con le sorelle, letteralmente a pelare i ramoscelli dei gelsi, per farne pastura per i “cavalieri”, pardon, per i bachi da seta, che si “ingrassavano”, cibandosi di quelle fresche e tenere foglie.
I contadini, che li avevano nutriti più per interesse che per simpatia, ad un certo punto li giudicavano “pronti” ed allora stendevano loro accanto delle fascine, dove i bachi emigravano, dal loro letto di foglie, e lì cominciavano a produrre con la bocca una bava, che con pazienza stendevano attorno a sé, formando dei bozzoli dorati, grandi quasi come un uovo di faraona, di preziosissima seta.
D’inverno, poi, un abile artigiano sceso dalle montagne trasformava, con colpi d’accetta ben assestati, dei pezzi di tronco di gelso tagliati su misura, nelle gambe ricurve di sedie un po’ grezze, ma che, ben impagliate, facevano bella
mostra di sé nei filò di quei freddi mesi.
Arrivati a Villa Zilio, la nostra attenzione è attirata, più che dalla villa, dalle stalle di Sandonà e di Biasia, che ci ricordano le fattorie di una volta, con le vacche che ti giravano le spalle, con il letamaio ben squadrato, sistemato come un monumento, e anch’esso con il vizio del fumo, d’inverno.
Passiamo attorno alla villa, oggi deserta, ed il nostro pensiero ritorna alla scorsa estate, quando, sotto le sue barchesse, la Pro Loco ha organizzato, come ormai tradizione, l’ultima rappresentazione teatrale.
Toni ricorda anche “el pan e sopressa”, offerto ai visitatori e le bottiglie di rosso che accompagnavano lo spuntino, in occasione della manifestazione “Ville aperte”.
Non abbiamo tempo di fermarci neppure un po’, perché siamo partiti tardi ed anche la vicina chiesetta di San Michele la lasciamo lì, sulla destra, mentre noi imbocchiamo il sottopassaggio della Statale.
La moglie del Professore, che finora è rimasta zitta, come “si conviene” a chi è nato in città, non può non commentare negativamente il fatto che questo gioiellino di chiesa sia stato prima infossato dalla sopraelevazione della Statale ed ora mortificato dalla zona artigianale, sortale accanto. Una struttura piccola, con caratteristiche gotiche, come quelle della chiesetta, inevitabilmente soffre se accostata alla sagoma grigia e squadrata dei capannoni.
Superata la ferrovia, a destra s’innalza la mole imponente del Mangimificio Veronesi, con i camions parcheggiati con ordine nel grande piazzale.
Imbocchiamo la stradina che ci sta di fronte, una delle poche strade bianche rimaste in zona.
La fiancheggiano due corsi d’acqua. L’argine di quello a destra, l’Armedola, si fa via via più alto, per contenere l’acqua, il cui livello supera quello della strada. Il motivo è ben presto chiarito, perché, dopo qualche centinaio di metri, arriviamo ad una costruzione con le strutture adatte a far funzionare la ruota di un mulino. In questo caso, però, si trattava di una sega, azionata da un sistema simile.
Purtroppo, la ruota è stata tolta, forse perché ormai logora e non più utile, essendo l’energia elettrica più conveniente di quella idraulica.
Peccato che sul muro esterno non siano rimasti neanche una foto, un disegno, una spiegazione dell’antico sistema.
Toni ricorda quando suo padre portava qui, su un carro trainato dalle vacche, dei tronchi per ricavarne delle grosse tavole.
Noi proseguiamo camminando lungo i bordi della stradina, perché un pallido sole è ormai prevalso sulla nebbia e ha rammollito il fondo stradale, prima leggermente ghiacciato.
Un po’ più avanti, sulla sinistra, si presenta una costruzione mal tenuta, ma di stile elegante. Le sue antiche pretese di signorilità sono testimoniate anche dalle piante che la circondano, come una siepe di bosso e qualche palma, che formavano un giardino, ora inselvatichito.
Prima di arrivare in centro a Lanzè, incontriamo il mulino di Farina, con la sua ruota che si tuffa nell’acqua della ripida canaletta e che gira, gira, gocciolando abbondantemente dalla parte opposta.
E’ uno spettacolo dinamico e non resistiamo alla tentazione di andare ad osservarlo da vicino, accarezzando con le mani le enormi pietre che, munite di paratie, sospese a semplici mulinelli, permettono di regolare il flusso dell’acqua.
Arrivati alla fine della stradina, prima di girare a sinistra verso la piazza, diamo un rapido sguardo al “casarmon”, la costruzione dove Tommasino Giaretta ha ambientato alcuni suoi interessanti racconti di “Storie in Corte”. L’antico edificio, infatti, si trova proprio a ridosso del corso d’acqua, con ingresso dal ponte.
Scambiamo qualche parola con i due “angeli custodi”, messi agli incroci dagli organizzatori per indicarci il cammino.
Toni Ronco ci dice che è lì dalle sette del mattino e che ha visto transitare la prima donna già alle sette e dieci. Aggiunge anche che prima di noi di marciatori ne sono passati sicuramente più di mille.
Per consolarci del fatto che probabilmente non vinceremo la gara o forse per soddisfare qualche bisogno fisiologico, entriamo nel bar situato subito dopo la chiesa, gestito da persone che il Professore assicura suoi lontani parenti.
Il locale è modesto, ma l’accoglienza è cordiale e buono il caffè. Proseguendo verso Villalta, non è possibile non notare, poco dopo, sulla sinistra, la signorile Villa Rigon, recentemente restaurata.
Il massiccio ed artistico cancello è aperto e non ci par vero, perché così c’inoltriamo di alcuni passi all’interno dell’ampio cortile, circondato da mura e, sul lato destro, da una splendida barchessa, sostenuta da agili colonne.
Sempre sul lato destro del cortile, si vede ancora oggi l’aia, ricoperta di mattoni ormai mal ridotti, dove una volta venivano messe ad essiccare le granaglie.
Davanti alla porta centrale sta in posa, come una statua di terracotta, un cagnolino, forse a fare la guardia, ma più probabilmente a prendere il sole, visto che non ci degna neppure di un latrato.
In alto, al centro della facciata, sopra le finestre del piano nobile, c’è un’iscrizione in latino : FRANCISCUS ET JO.BAPTA FRES FILII Q. GASPARIS GALVANINI PRO SE ET SUCCESSORIB. SUIS FECERUNT AD 1717 che il Professore legge ad alta voce e che poi traduce: Francesco e Giovanni Battista fratelli e figli di Gaspare Galvanini fecero per sé e per i propri discendenti. Anno del Signore 1717.
Noi non diciamo niente, certo però che questi signori non si trattavano male se abitavano in ville così vistose, mentre la gente comune viveva in catapecchie malsane, che noi oggi avremmo scrupolo ad usare come pollai.
Mentre siamo lì che ci gustiamo la vista della villa, veniamo superati da due ragazze, probabilmente la retroguardia della retroguardia. Infatti, giunti al bivio successivo, non troviamo alcuna indicazione sul percorso da seguire.
Girando a sinistra, si fiancheggia il cimitero di Lanzè e poi si va verso il “Vaticano”, mentre ,proseguendo dritto, si arriva alla “casa del prete” e poi alla Villa Tacchi, a Villalta.
La moglie del Professore vorrebbe proseguire, ma lui quasi impone di andare a sinistra, perché sostiene che è esperto di queste zone e che sarebbe un’idiozia camminare sull’asfalto, quando esiste una meravigliosa stradina bianca in mezzo alla campagna.
Noi lo seguiamo, anche se ci rimane il sospetto che, sotto sotto, lo faccia per accorciare la strada, che, andando per il centro di Villalta, sarebbe più lunga.
Oltrepassato il cimitero, osserviamo sulla sinistra una coltivazione di piante strane, disposte in dritti filari. Un cartello ci spiega che si tratta di esemplari di “paulownia”. A che serviranno queste piante, non comuni nella nostra zona e a chi sarà venuta l’idea di coltivarle?
Dietro la piantagione s’intravvede la casa che fu di Bruno Benetazzo, scomparso qualche anno fa.
Toni: “Me vien in mente de quea volta che i amissi de Bruno i xe ‘ndà a fregarghe ‘e susine, nel mentre che eo el ciacoeava co ‘e soree de uno de luri. Par colmo, dopo i ghe ne ga dà anca a eo. Eo non volea magnàrghene, parchè el ghi n’ avea tante a casa: Tanto i ga insistio che, dopo de avèrghene magnà on paro, el ga dito: “A pensavo che ‘e mie fusse bone, ma queste ‘e xe mejo!”.
Intanto siamo arrivati alla curva dalla quale si intravvede il “Vaticano” e in lontananza rivediamo le ragazze che ci avevano superato; capiamo anche che avevamo sbagliato a sospettare del Professore.
Dapprima passiamo davanti alla casa a suo tempo abitata da Angelo “Serciaro”, che fu una notte derubato e picchiato proprio in questa casa solitaria, quando era già anziano.
Poi arriviamo al centro del “Vaticano”, cioè a due costruzioni degne di essere fotografate, perché testimonianza di come fossero una volta le case dei contadini. Incuriosisce e fa sorridere la contraddizione tra un nome, Vaticano, che ci fa pensare a Piazza San Pietro e la realtà, così diversa, di queste semplici case, ai confini del paese.
Toni, rivolto al Professore: “ Ti che te sé tuto, me vuto spiegare parché la xente ciama ‘Vaticano’ ‘sto posto in cao al mondo?”
Il Professore: “ Me ga dito Toni Zampieri, che de ani e de ricordi el ghe ne ga on saco, e ch’el stà in quea casa là, quea messa mejo, che ‘na volta qua ghe jera on vecio paralisà le gambe e ch’el vegnea portà in giro pai campi co ‘na carega, come el papa ‘na volta. Alora qualche malissioso el ga scomissià a ridarghe sora, ciamando “ el Vatican” el posto e “ el papa” el poro vecio portà in giro so ‘na carega.”
Tutti restiamo di stucco, per il dialetto “doc” del nostro sapientone, ma la spiegazione è suggestiva e ce la beviamo, insieme con il tè caldo, che Sisto Meneghetti e company ci offrono, al punto di ristoro posto tra le due case.
Rinfrancati dalla bevanda, riprendiamo a camminare con ritmo più sostenuto e arriviamo ben presto ad un bivio: andando a destra si passerebbe davanti all’azienda Marchioron e si potrebbe poi raggiungere il centro di Calonega.
Noi proseguiamo a sinistra, lungo una stradina sinuosa, fiancheggiata da due corsi d’acqua, la “Matarea” e la “Ceresina”.
In mezzo alla campagna, girando lo sguardo verso sera, se ne scopre un altro, che avanza pigramente, formando innumerevoli anse, come un serpente: è la “Puina”, una volta ricca di pesce.
Le risorgive che l’alimentano si trovano un chilometro più a nord, tra i campi di Rigon, Canton e Pizzolato, in terreni di tipo ghiaioso. Davanti alla casa di Dilvo Rigoni, una volta c’era una “bevarara” per le mucche, nella quale i bambini giocavano con l’acqua sorgiva, pescando i “marsoni” con il “piron”.
Dopo quasi un chilometro di cammino, sulla destra notiamo una vecchia costruzione, la casa una volta abitata dai Cortese. In basso, sul muro verso la Ceresina, si vede che sono stati chiusi dei fori. Il Professore cerca i due scivoli d’acqua che una volta servivano a far funzionare una “pila”, che toglieva la pula (involucro esterno) dal riso, ma trasale quando si accorge che i “tecnici” del Consorzio Bonifica Pedemontano Brenta hanno fatto demolire tutto, anche le grandi pietre lavorate a mano, allo scopo di far scorrere meglio l’acqua.
Possibile che non ci fosse alcuna alternativa, per esempio un “by pass” fatto di tubi, senza che si dovesse ricorrere a questo scempio della memoria.?!
Sospirando, ci dirigiamo verso la curva a gomito detta “spartiuri”, dove la Ceresina si divide in due ruscelli. Qui, una volta, nei caldi pomeriggi estivi, quando c’era molta acqua perché i contadini irrigavano i campi, si davano convegno i ragazzetti della contrada e, muniti di salvagente, ricavato da una vecchia “camaradaria” d’autocarro, facevano le loro prove di tuffo e di nuoto, saltando in acqua e sbracciando a destra e a manca, tra spruzzi che bagnavano anche i passanti.
Uscendo dall’acqua, il tuffatore doveva tirarsi su le bianche mutande (il costume da bagno ancora non costumava), che tendevano ad incollarsi alle natiche e qualche volta a lasciare il didietro scoperto.
Poco più avanti, all’incrocio detto “ dell’ olmo”, da dove si dipartiva anche la boschetta, misero resto dell’antico bosco, avevano luogo i falò di “Brusamarso” e i botti, che i ragazzotti più grandi, in spregio della sicurezza, facevano usando carburo e bossoli da cannone.
Il divertimento che si procuravano ed il prestigio che si guadagnavano di fronte ai più piccoli e alle ragazzine, che guardavano stando a distanza, erano unici ed assoluti.
Proseguiamo verso Barche, fino alla “Madonnina”, così chiamata per un dipinto, che in realtà ritrae non solo la Madonna, ma tutta la Sacra Famiglia; là si può notare sulla facciata dell’ex latteria che fu utilizzata in seguito anche come osteria e “meonara” da un intraprendente Aldo “el cavaearo”.
Giriamo a destra: dietro a casa sua, quasi ci aspetta Mario Donà, a braccia conserte, come suo vezzo. La moglie del Professore si ferma un po’ a chiacchierare con lui, mentre noi proseguiamo senza cedimenti verso la meta.
A destra, dietro le case di Fontana e di Trevisan, c’è una larga fossa, una volta adibita a “bevarara” ed utilizzata da mezza contrada; ora vi sguazza qualche anatroccolo.
Quando siamo davanti a Bassi, Toni: “Mama mia, come che xe cambià ‘e robe! Qua, tra ‘e case de Bassi e quee de Morbiato e Tajafero, ghe jera ‘na fossa che d’inverno la diventava ‘na pista de giasso, e i tusi se divertia a slissegare
co ‘e slissegaroe o co ‘e sgalmare, dàea matina àea sera”.
In lontananza, vediamo la moglie del Professore che cerca di recuperare il terreno perso, mentre Lui spiega: “Guai a fermarsi, aspettando che arrivi, perché allora lei si sente autorizzata a rallentare”.
Arrivati alla curva che sta davanti al negozio di Bepi Bortolaso, beviamo in fretta una cioccolata bollente, prima che il servizio d’ordine, capeggiato da Giancarlo Trevisan, con il camioncino guidato da Angelo Lidron, sbaracchi anche questo punto di ristoro.
Certo che Barche si appresta a diventare quasi una metropoli: di fronte a noi c’è un cantiere cosparso di gru: si sta ultimando la nuova zona residenziale, accanto all’antica Via Vecchietta Trevisana, larga e ben asfaltata.
Il Professore rammenta che quando la sua scienza emetteva i primi vagiti, nelle vicine scuole elementari, ora messe a disposizione del Gruppo Iniziativa Barche, Via Vecchietta Trevisana era adatta a far passare al massimo qualche carretto, compreso quello di Marco “el munaro”, che doveva raggiungere col suo carico il vicino mulino Meneghetti, in Via “Rabessa”.
Riprendiamo il viaggio a gruppo ricomposto, percorrendo il nuovo tracciato della via, in direzione del centro del paese.
Dalla sommità del cavalcavia, ci gustiamo per alcuni istranti il panorama stupendo delle montagne, da Cima Marana al Massiccio del Grappa.
Toni: “ ’Sto cavalcavia el fa vegnere el fiaton ai veci, ma almanco i poe traversare ‘a Statae sensa farse stirare… Sèntito ‘sta arieta: xe quasi come se te ‘ndassi in montagna… Varda come che se xe levà ‘a nibia!”
In effetti, il cielo si è fatto più nitido e, forse anche per il piccolo sforzo della salita, stiamo sudando.
Raggiungiamo rapidamente l’incrocio con Via Tasca e, dopo qualche incertezza, ai “Pontesei” imbocchiamo Via Ceresone, ora dotata di un ampio marciapiedi – pista ciclabile.
Percorriamo poi Via Zanchetta, quasi senza dire parola.
All’angolo, prima di raggiungere la piazza, vediamo Gastone, il macellaio, che sta trapiantando un rosmarino. Qualche battuta anche con lui e poi in piazza il Professore trattiene la moglie che già s’è innamorata delle sette casette di legno comparse nel periodo natalizio, ricche di prodotti tipici e di oggetti artigianali.
La vergogna prevale sull’orgoglio di avercela fatta, quando, davanti alla Palestra, scopriamo che siamo proprio gli ultimi. E il premio? Un buon bicchiere di brulè caldo ed una brioche, che la moglie del Professore si porta a casa, un po’ trofeo ed un po’ merenda, per il giorno dopo!
Piersilvio Brotto
