PERCORSI VERI E DIALOGHI VEROSIMILI LUNGO LE VIE DI SAN PIETRO IN GU

di Piersilvio Brotto

 

Percorso N°2

Tracciato: Parco Giochi di Via Mazzini - Via Cimitero - Tasca - Cavalcavia - Barche - Vecchietta Trevisana Ceresone - Zanchetta - Piazza Prandina - Mazzini - Armedola - Chiodo - Garibaldi - Levà - Postumia Vecchia - Pino - Albereria - Capolina - Poston - Castellaro - Cavour - Vittorio Emanuele - Parco Giochi di Via Mazzini.

Lunghezza del percorso: Km 17

Personaggi: Mario, Bepi, Giovanni, Bortolo, Giovanna, Maria, Gastone, Tiziana, Francesco, Paolo, Piero, Toni, Aldo.

Immagine1E’ il 12 giugno 2005, giorno fissato per l’ormai tradizionale Pedalata Ecologica.

Quest’anno è stata denominata “Pedalata delle Quattro Contrade”, perché inserita nel programma del Palio delle Contrade; infatti il percorso della manifestazione si snoda nel territorio di ciascuna di esse.

Il cielo è coperto e a tratti minaccia pioggia: mentre i più devoti dell’organizzazione sono stati mandati in chiesa a pregare, forse perché non piova, altri nel Parco Giochi di Via Mazzini raccolgono le iscrizioni e distribuiscono magliette, berretti e cartellini. Alla fine della messa delle 9, le file dei postulanti si allungano, il cielo si rischiara un po’ e attorno al padiglione della Pro Loco si raduna una piccola folla festosa, munita di simpatiche bici e vestita con vivaci magliette rosse, verdi, gialle e blu.

L’Avis lancia un grosso grappolo di palloncini variopinti, adeguatamente gonfiati, che ben presto guadagnano il cielo, tra gli applausi dei più piccoli.

Immagine2Le operazioni per le iscrizioni alla gara, anche per l’affluenza numerosa e concentrata nell’ultima mezz’ora, si protraggono oltre il previsto, fino alle ore 10,30. Finalmente la carovana si muove, dopo essersi schierata lungo Via Don Sturzo.

Uscendo da Via Molinetto, gira a sinistra e poi subito a destra, passando tra le aiuole fiorite di rose rosse.

Superato il cimitero, due curve in rapida successione ci immettono in Via Tasca, in località Go, nel punto in cui sul muro di una casa campeggia un antico dipinto religioso.

E’, questa, una delle zone più antiche del paese, ricca, in passato, di personaggi curiosi o patetici e di aneddoti esilaranti, ora anche di auto lussuose.

Le case che fiancheggiano la via sono, in alcuni tratti, le une attaccate alle altre, quasi a sostenersi a vicenda, e hanno l’uscio che si affaccia direttamente sulla strada. Ci fanno sorridere quelli che solo di recente hanno scoperto la “città mercato”, perché noi ce l’avevamo già, dagli anni ’50.

Partendo dalla piazza, infatti, dove comincia il Go, era tutto un succedersi di negozi e di “boutiques”. Così, se avevi bisogno, per esempio, di alimentari o di droghe per la cucina, andavi da Battistella, Giovanna o Agostino. Volevi farti un vestito su misura? Fidenzio ti forniva la stoffa che cercavi e la Lucia, anche ora, te lo pulisce, se ti sei sbrodolato.

Immagine3Avevi in programma un incontro importante? Barco, la parrucchiera, ti faceva l’acconciatura del caso.

Avevi paura che ti rubassero la bici durante la messa della domenica? La potevi posteggiare da Ignazio “Favaron”, che all’occorrenza anche te la riparava e, se volevi recarti in clinica a Padova, Ignazio ti faceva da taxista; se avevi bisogno di sistemare qualche muscolo o qualche osso fuori posto, le sue mani ti rimettevano in sesto, e senza bisogno di venderti la casa!

Tornando da “messa prima”, la domenica, potevi fermarti da Fiore, a comprarti il “cappello del prete”, se avevi ospiti e non volevi sacrificare il cappone migliore del pollaio.

Attraversando la strada, trovavi il pane ancora caldo, uscito dal forno di Bepi Orlando o del suo predecessore Perotto. Se ti servivano dei chiodi, una volta non andavi da Luigi Marsetti, perché te li vendeva Menego Grazioli, il “mistro”: te li pesava come se fossero d’oro, anche se erano di ferro crudo. Se sbagliavi porta, finivi nell’ambulatorio del figlio Sergio, otorinlaringoiatra, che ti poteva sturare le orecchie dal tampone di cerume o togliere le tonsille, se guaste.

Immagine4Volevi rifare il refrattario della cucina economica, stagnare la “caliera” bucata o riparare la pompa del cortile?

Facevi dieci passi indietro ed eri da Secondo Borghin, lo stagnino, soprannominato “pompeta”, con la forgia sempre accesa ed il grembiule sporco di caligine, che poi la moglie Olga lavava al guado del Go, dove alla mattina potevi vedere una fila di donne inginocchiate sul lavello, “col cueo alto e le man in moja”.

Ora, lì vicino, puoi acquistare i tuoi bijoux da BaGà. Se invece vuoi qualche dolciume, ti fermi dalla Concetta; una volta, invece, ti serviva la Tea, due porte più in là.

Già che eri lì, nel suo minimarket, dopo aver comprato un paio di limoni, davi le scarpe da risuolare al figlio Angelo, se proprio non volevi rivolgerti alla concorrenza, rappresentata da Piero”Passaja”, cinquanta metri più a sud. Ti andava di bere un’ombra, comprare cinque alfa o giocare a carte? Ti fermavi dalla Elsa, che di cognome faceva Sovilla, e per problemi di falegnameria, mentre ora ti fermeresti dai fratelli Zarpellon, allora passavi nel retrobottega, dal marito Gino. Se poi, per riparare la porta del granaio “rosegà dae moreje”, ti chiedeva un prezzo che giudicavi eccessivo, te la cavavi dicendo: “...par ‘desso tiro ‘vanti stropando el buso co’ on paro de scataroni…” e poi, furbo tu!, facevi una capatina da Vittore Donà, per vedere se spuntavi un prezzo migliore, dopo esserti fermato a guardare, con un occhio l’affresco dipinto sulla facciata della sua casa, lì all’incrocio, con l’altro che Gino non ti avesse seguito.

Immagine5Non avevi voluto fare la spesa da “Batistea”, Mario Bortolaso ti accoglieva nella sua “botega” e mentre ti pesava le sardine o ti dava “on scartosso de sucaro”, ti intratteneva con “la so ciacoea” infinita.

Se ti eri dimenticato il pane, potevi, almeno una volta, tradire il tuo fornaio di fiducia con Nevio e “Bibi”, che facevano, altrettanto bene, lo stesso mestiere. Anche per la riparazione della bici avevi un’alternativa: Gianni Trevisan, prima, e Bruno Didonè, in seguito, te la riparavano, all’incrocio tra Via Tasca e Via Nicolin. Neanche una grande città offriva così tanti servizi in così poco spazio!

Al Go e in Via Tasca si concentrava anche “l’intelighenzia” del paese, una volta rappresentata dai maestri: percorrendo mezzo chilometro, si passava davanti alla casa di Laura Donà in Berto, dei suoi fratelli Livio ed Evelino e delle consorti, pure insegnanti, della maestra Gianna Tasca e delle figlie Germana e Maria Grazia, del maestro Gioacchino Meneghetti, che aveva poi passato il testimone alla figlia Rosetta, della maestra Maria Paganin, di Giovanni ed Elisabetta Boroso, che avevano istruito mezza Barche, per concludere con la casa di Angelo Toffanin, il capo indiscusso dei maestri.

Immagine6Vogliamo dimenticare, poi, i tanti altri personaggi della via, per qualche verso famosi?

Chi, degli anziani del paese, non ricorda Nani Berto, quasi onnisciente responsabile dell’Ufficio Anagrafe, Bepi Rossi e i suoi fratelli, i nonni Ambrosi, la “devota” Maria Bordignon, il mediatore Leo “Castraore”, la “mussa de Bresoin”, Giovanni Donà, noto per le sue stramberie e da alcuni scherzosamente soprannominato “Nanemata”, il barbiere Bepi Sovilla, che al Go faceva il suo mestiere, l’estroso calciatore Lele Zanoni, Neo Trova, sempre alla ricerca, con la sua inseparabile carriola, di un po’ di legna per superare i freddi inverni?

Con la casa di “Nane Gabreon” finiva il vero e proprio Go, costituito da case per lo più modeste, abitate da persone spesso povere di quattrini, ma ricche di umanità.

Il resto della Via Tasca era fiancheggiato da belle case singole, alcune signorili, come casa Tasca o casa Paganin, dove facevano bella mostra di sé due stupendi cani San Bernardo.

Immagine7Mentre noi ci perdevamo in questi ricordi, in testa al serpentone colorato dei ciclisti c’era chi mordeva il freno e veniva a fatica tenuto a bada da due prudenti motociclisti apripista.

Un gruppo di giovanissimi, simili a puledri non ancora domati, sembrava cercare un varco per scattare in avanti e la ruota anteriore delle loro bici spesso rischiava di entrare in collisione con quella posteriore dei valorosi centauri. Al cavalcavia, che d’un sol balzo sorpassa statale e ferrovia, il gruppo si era sgranato e più di un anziano aveva dovuto ricorrere a tutta la sua grinta per superare, pigiando sui pedali, la “Cima Coppi” del nostro percorso.

Che bello, dopo questa fatica, lasciarsi andare lungo la breve discesa, facendosi accarezzare dalla lieve brezza! Girando poi a destra, abbiamo imboccato la bretella che collega a Calonega e, passando davanti alle case dei Pilotto, abbiamo colto questo squarcio di conversazione:

Mario: “Ciò, Bepi, te ricordito de Toni Gabardo, el papà dei tusi Bressan, che laoradore ch’el jera?!”

Immagine8Bepi: “Me ricordo soeo che quando che jera ora de madego, el vegnea a darghe ‘na man a meo ‘pà, a tajare l’erba co ‘a falsa, e par non crepare dal caldo i scumissiava a laorare ae quatro de ‘a matina e ae oto i gavea xà tajà on campo….A chei tempi ne ‘a stessa casa ghe jera do o tre coeonne co’ ‘o stesso cognome e cussita, par non fare confusion, i usava mende e soranomi, che desso xe anca fadiga capire da cossa che i vegnesse e che ‘desso i xe quasi sparii… In ‘sta zona, i Bressan se diseva Gabardo, i Piloto i vegnea ciamà Selgarei, i Lunardi tuti i conoscea par Scaliera,… i Donà, qualchedun i ciamava Fornareto, altri invesse Cananei”. Mentre ascoltava questi discorsi, chi scrive si è ricordato di un episodio accaduto, a quei tempi, a un tale Luigi Brotto, che aveva cambiato paese ed era venuto ad abitare da queste parti.

Un giorno arrivarono dei suoi amici a fargli visita e, non sapendo esattamente dove abitasse, cominciarono a chiedere in giro di “Jijo Possesso” ed erano meravigliati che nessuno lo conoscesse. Sfido io, quel tipo aveva traslocato, dimenticando di portarsi dietro una cosa importante, il soprannome.

Percorriamo senza intoppi, quasi in un soffio, il tratto che, curvando davanti alla “Madonnina”, ci porta in centro a Barche, dove ci sono dei lavori in corso proprio in mezzo alla carreggiata.

Immagine9Giovanni: “Cossa stai fazendo qua, ‘na metropolitana?”

Bortolo: “Te ghe xi ‘rivà vissin. Par ‘desso, insieme co ‘e fogne pa’ i cristiani, femo ‘na corsia soteranea pa’i sorzi, parchè, con tuto ‘sto trafico, i ris’ciava l’estinsion”.

Noi, in prossimità della strada sterrata, rallentiamo, in modo da evitare qualche caduta, poi c’immettiamo in Via Vecchietta Trevisana, risaliamo sul cavalcavia, dal quale diamo un rapido sguardo alle montagne, che all’orizzonte separano, con la loro azzurra semicorona, la terra dal cielo. Percorsa Via Ceresone, giriamo per Via Zanchetta, fiancheggiata da belle costruzioni recenti, dotate per lo più di un piccolo giardino.

Passiamo davanti alla chiesa quando stanno per scoccare le ore undici: qualcuno si fa il segno della croce, qualche altro dà uno sguardo al Municipio, dove una tenda si muove.

Allora Toni: “Nel mentre che noaltri semo qua che se divertimo, ghe xe chi che ne pensa e laora anca de festa”. La carovana, allegra e chiassosa, passa davanti al palatenda nel Parco Giochi e lo strombazzare dell’ammiraglia forse dà il segnale che è l’ora di scaldare l’acqua per la pastasciutta.

Immagine10Vedendo la risorgiva di fianco al cimitero, Giovanna esclama: “Cuesta, ‘na volta, la ciamavimo “La Fossona” e qua vegnea me nona e tante femane del Go a lavare d’inverno, perché l’acqua nascente no ‘a te geava ‘e man come quea del guado vissin Bresoin. E par de pì, no’ ghe jera ‘e vache che scagassava dentro l’aqua, quando che i le bevarava”.

Maria: “A no saveo mia che te fussi vissua al Go!”.

Giovanna: “Cossa vuto, tuta ‘a gente pì furba del paese a ga a che fare col Go, anca el becaro. Vuto che te conta?! ‘a setimana passà gaveo bisogno de carne speciae e aeora me so’ presentà da Gastone, disendo: “Gastone, gavarisseo on toco de carne par fare el vedeo tonà, che doman a go ospiti?”.

El xe ‘ndà dentro quea specie de sacristia, che nol vegnea pì fora e dopo on bel poco el xe ‘rivà con on fronfoeo de carne bea rosa; lo tegnea so tute do ‘e man, come se ‘l gavesse da mostrarme un puteo ‘pena nato. A so’ stà ferma a vardarlo sora pensiero, nel mentre ch’el me spiegava come cusinarlo.

El me ga dito: “Questo el xe cussì tenaro, che no’ ocore gnanca mastegarlo. Lo poe magnare anca on vecio sensa dinti”.

Quando che so ‘ndà fora, a go catà ‘a Tissiana, che ‘a me dise: “Cossa gheto, c he te ve via de triveon?”. E mi: a me sento on po’ sbilancià, parchè, co’ ‘a man sanca a porto un chio e mezo de vedeo e co’ l ‘altra a tegno el borseo, ch’el xe tanto pì legero de prima! Ma ti, parcossa viento da “Corso Neo Trova”, co ‘a bicicleta par man?”

Immagine11Tiziana: “La go portà da Giorgeto, parchè la gavea ‘na rua tuta sgonfia e desso speto, pa’ montare, de ‘ndar fora da ‘sto giarin, par via che ‘desso la ga ‘e gome pì gonfie de i lavari dea Parieti”.

Percorsa Via Mazzini, all’altezza del negozio di Luisotto, imbocchiamo Via Armedola.

In prossimità di Villa Zilio, delle graziose paperette ci attendono in gruppo e osservano quasi divertite il nostro passaggio. Lì, le curve sono strette, a gomito, pensate per quando le strade erano percorse solo da carri e carretti lenti e rumorosi. Splendide rose fanno da cornice, qua e là, all’illustre dimora, così apprezzata dai guadensi. Un solido alpino, posto a fianco della chiesetta di San Michele, ci indica, con la sua rossa bandierina, la “retta via”, che poi tanto retta non è.

E’ questo uno dei tratti più interessanti della nostra pedalata: la strada, infatti, procede in modo dolcemente sinuoso e la campagna, alla nostra destra, è ricca di corsi d’acqua, risorgive, filari di piante, e su tutto spicca la doppia fila di pioppi disposti ai bordi dell’antico viale d’ingresso a Villa Zilio.

A sinistra, ci disturba la visione dei grigi capannoni della zona artigianale, che infieriscono, con la loro mole e l’alta recinzione, sulla casa di Grappeggia che, se potesse, poverina, scapperebbe altrove.

Immagine12Francesco: “Secondo mi, prima o dopo, qualchedun finisse ch’el se scota, co’ ‘sta mania de fare bussoeoti dapartuto. Romai, a ghi n’è pi’ de uno che l’è vodo da ani, co su scrito “fitassi”.

Paolo: “Varda qua, invesse da Madaeon a ghe xe ‘e russe alte come ‘na casa. Me domando se sia parmesso de darghe anca el contributo a quei che sleva bisse e sorzi!”

Piero: “Qua i dovea fare ‘a zona artigianae, tacà a quea de Bolsan, e no’ ‘dosso aea cieseta de san Michee!”. Alla fine della stradina, giriamo bruscamente a destra e percorriamo la provinciale, la vecchia “regia statale”.

Ai lati della strada, si possono ammirare ampie distese di prati ben coltivati. Poche centinaia di metri dopo essere rientrati in provincia di Padova, percorriamo l’antica Via Levà, alla nostra sinistra.

In fondo, sul muro di una vecchia costruzione, è dipinta, in una nicchia, l’immagine di una Madonna. Un brivido ci percorre la schiena, quando qualcuno del gruppo ci ricorda che la Vecchia Postumia, che stiamo già percorrendo, è una strada romana, costruita centocinquant’anni prima di Cristo.

Lungo questa strada sono passati legionari e mercanti romani (qualcuno ha trovato, anni addietro, una moneta antica e qualche pietra significativa, prontamente scomparse); poi è stata utilizzata anche da barbari invasori ed amici “liberatori”.

Ora la strada è asfaltata ed affiancata, in alcuni tratti, da una doppia fila di carpini, ma dell’antica gloria ed importanza non c’è alcuna indicazione.

Immagine13Dopo cinquecento metri, a sinistra, c’è una stradina bianca, che ci porta, dritti dritti, a Ca’ Boschetti, il punto di ristoro prestabilito.

Un ampio cortile e un praticello sfalciato il giorno prima offrono spazio a grandi e piccini per una piacevole merenda.

La Famiglia Pettenuzzo, attuale proprietaria dell’immobile, ci accoglie con cordialità e ci lascia liberi di muoverci e di esplorare.

Ai ragazzini più “cittadini”, non par vero di poter osservare, dal vivo e da vicino, vitelli, vacche, polli e pulcini e quant’altro razzola nel cortile.

Toni, scoprendo tra i presenti Aldo, il campanaro: ”Ti, no’ te dovarissi essare in ciesa, a ‘sta ora?”

Aldo: ”Par ancò, ‘asso che disa messa Don Giani, doman vedaremo!”.

Toni: ”A go capio,…Te sì pi’ tacà a ‘sta casa qua che aea sagrestia!”.

Aldo: ”Qua a so’ cressuo e a go ‘na montagna de ricordi. Quando che jero picoeo, me alsavo ae quatro de ‘a matina, par jutare meo ‘pà a guidare i bo e i cavai nei laori dei campi. Pensa che so ‘sti sentoesinquanta campi vivea ‘na sinquantina de persone e qua stava tre fameje, la mia, i Zampieron e i Barbieri, mentre i paruni i gavea ‘n’altra casa in centro”.

Toni: “Si, ma contame pitosto de ‘a guera!”.

Aldo: “A vinti ani, i tusi de ‘desso i pensa ae tose e aea discoteca, mi, invesse, go dovuo pensare a salvare ‘a pee. Dopo aver ris’cià de finire in Germania, so’ riuscio a scapar via dai Tedeschi e a go passà qualche mese sconto in meso al fen, fin che ‘na matina ‘na spia fascista non ‘i gà fati rivare fin qua. So’ scapà via, ‘traverso campi, sensa mai voltarme, come on gato salvadego. E, par finire, me so’ sconto soto ‘a staea dee piegore, in chea barchessa là, vidito, in dove che ‘desso ghe xe ‘e bae de fen. In pratica, co’ meo ‘pà, a gavemo scavà soto par on metro e vinti, cuerto con travi e toe e sora…luame! Mi, par scondarme, me infilavo pa’ ‘a gripia, senpre piena de fen!

Immagine14Ne ‘a casa vecia, quea là co ‘e finestre sarà, de note se incontrava i partigiani, Giacomo Prandina, Rino Comacchio e altri, e anca mi, che jero on disertore, a parlare de come rancurare ‘e pistoe e ‘e munission che i Mericani lansava pa’ noaltri nei campi de Biasia. Fin che ‘sta maedeta de guera no ‘a xe finia!”.

Immersi in questi discorsi, ci siamo quasi scordati della pedalata, ma ecco che arriva “Mister Torriani” ad avvisarci che è ora di ripartire.

Un gruppetto di ciclisti particolarmente focosi va all’attacco, senza aspettare che l’ammiraglia si posizioni alla testa della carovana.

All’inseguimento dei fuggitivi vengono immediatamente lanciate le forze di polizia (il pacifico vigile Mauro): nel breve volgere di qualche minuto, vengono acciuffati quelli che non avevano un chiaro disegno in testa, mentre degli altri non c’è traccia.

Si percorre Via Pino, passando accanto all’obelisco, in parte nascosto dal mais, che ricorda il pilota inglese caduto con il suo aereo durante la prima guerra mondiale. Oltre la provinciale Bassanese, infatti, a quel tempo era stato creato un piccolo aeroporto.

Alla fine della via, giriamo a sinistra e, quando arriviamo al trivio di Via Capolina, qualcuno avanza l’ipotesi che i fuggitivi siano finiti, per errore o per attrazione fatale, tra le braccia di Basmagi.

Immagine15Se, infatti, invece di girare a destra, si prende la stradina a sinistra, si raggiunge, dopo neanche cento metri, una costruzione quasi invisibile, circondata com’è da una fitta ed alta siepe, la sede della setta.

Qualcuno perfino si ferma e tende l’orecchio, per sentire se da quella parte provengano lamenti o richieste d’aiuto. Lungo il rimanente percorso di Via Capolina e Via Poston si raccontano episodi, si fanno supposizioni, si avanzano sospetti, da far accapponare le pelle, riguardanti il santone dalla folta barba e dalla provenienza misteriosa. Ormai, dei ciclisti scomparsi, nessuno più si preoccupa, perchè tutti o quasi sono presi dalle proprie fantasie.

Superata appena Villa Casarotto, girando lo sguardo a sinistra, s’intravede una casa ormai in rovina, in un terreno leggermente sopraelevato e circondato, in qualche tratto, dalle tracce di un antico fossato: è il Castellaro, più facilmente individuabile con l’ausilio di una foto aerea.

Alla rotonda, percorriamo Via Cavour fino al semaforo e poi ci fiondiamo al Parco Giochi di Via Mazzini, dove ci attendono dei piatti fumanti. Siamo sollevati, ma anche sorpresi, quando vediamo, già comodamente seduti a tavola, con la salvietta al collo e le stoviglie impugnate in posizione di attacco, i “fuggitivi dispersi”. Noi andiamo a dar loro manforte, costruendo attorno ai tavoli una variopinta scacchiera, con le nostre magliette verdi, gialle, rosse e blu.

Un boato ed un applauso salutano la notizia, arrivata via cellulare, che il grappolo di palloncini, lanciato tre ore prima dall’Avis, è giunto nientemeno che in Friuli!

 

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