di Piersilvio Brotto
Roggia: - Salve amico, che fai da queste parti, armato di secchiello e paletta? Scavi e raccogli come un bambino in riva al mare!
Io: - Sto raccogliendo conchiglie ed esemplari di bivalve che non sapevo vivessero nell’acqua dolce di una roggia come te! E’ una vera sorpresa! Tu, piuttosto, mi sembri cambiata. Come stai?
Roggia: - Sono qua, sono al solito posto, ma mi sento “diverso”, un... canale...
Io: - Che vuoi dire?... che hai “cambiato sponda”? Sei sempre stata una roggia, la mia preferita. Ti ricordi che già da bambino frequentavo le tue rive?
Roggia: - Certo che lo ricordo, quando le mie rive erano calpestate da frotte di ragazzini e bambine; i primi, spesso con il moccio al naso, le braghe corte sostenute dalle “tirache”, le tasche sempre gonfie, i sassi da una parte e la fionda dall’altra, e le gambe quasi sempre graffiate, a forza di arrampicate sugli alberi, alla ricerca di nidi...
Io: - E delle bambine che cosa ricordi?
Roggia: - Erano tutt’altro genere. In primavera venivano a raccogliere mazzolini di fiori, specialmente viole e ranuncoli, che poi portavano a scuola, ad adornare la cattedra. I loro capelli erano sempre ben pettinati, qualcuna aveva le trecce. Ricordo anche che sotto le gonne indossavano delle mutandine bianche con fiorellini stampati, che io, dalla mia posizione, ero costretta a vedere, quando si piegavano a raccogliere quelli veri sulla riva.
Io: - E ora?
Roggia: - Ora? Sulle mie sponde camminano solo vecchi come te, con un bastone in una mano e un sacchetto di plastica nell’altra, dove mettono germogli di “pissacan” e bruscandoli, in primavera, e funghi in autunno.
Io: - Beh ! E’ naturale che i bimbi siano cresciuti e siano anche invecchiati...
Roggia: ...ma trovo triste che i bimbi siano quasi spariti. Mi manca la loro allegria. E ora manca anche a me... la vita... nel mio grembo!
Io: Che vuoi dire?
Roggia: - La settimana scorsa un mostro meccanico, munito di un lungo braccio e di una larga benna, ha squassato le mie viscere, asportando completamente l’habitat delle numerose specie di esseri viventi che io ospitavo. Alghe, molluschi d’acqua dolce, comprese le graziose bivalve e le conchiglie a forma di ammoniti, girini appena nati... tutti si sono trovati all’asciutto, al sole, sulla riva. Il mio grembo è stato ripulito e raschiato come mai prima. Non voglio mancare di rispetto, ma solo le donne a cui è stato asportato l’utero in età fertile possono capirmi... Povere le mie creature... senza speranza di futuro!
Io: - Non farla così tragica! Anche l’uomo ha le sue necessità , i suoi progetti... i mezzi meccanici gli permettono di risparmiare fatica, tempo, denaro...
Roggia: - L’ho capito! Ai vostri ingegneri, che fanno rima con ragionieri, interessa razionalizzare, risparmiare, rettificare, semplificare, programmare tutto, anche la Natura! Sono miopi: guardano più al vantaggio immediato che al futuro... La tecnologia e il cemento vi hanno dato troppo potere,... vi è venuto il “delirio di onnipotenza”. Hai visto il Bojo de meso?... Cementificato! Voi uomini siete ingordi, la terra non vi basta mai e allora strappate agli ultimi corsi d’acqua rimasti ogni loro residuo spazio vitale, piantando alberi anche nelle loro viscere, come fossero soldati a presidio dei vostri confini, e rotolate massi e detriti dove un fiumiciattolo si allarga e respira. Hai presente il Bojo delle boasse?
Io: - Sì, perché?

Roggia: Niente! O sei cieco o sei senza memoria! Ti ricordi il Guado dell’Uselin sull’Antica Postumia?
Io:... dove nel 1985 è stato costruito un ponte?
Roggia: - Appunto! E lo storico e bellissimo Guado? Cancellato! Ora però sono in pericolo anche i vecchi ponti in mattoni, quelli a forma di botte, costruiti con tanta perizia dai vostri nonni e bisnonni. Troppo stretti e deboli per sopportare autobotti piene di 230 ettolitri di liquame!
Io: Ma come sei pesante! Non ti va bene niente!
Roggia: - E come potrei tacere?! Mia madre, una risorgiva una volta molto apprezzata, è stata letteralmente soffocata, seppellita un po’ alla volta, lasciando che la terra attorno le rovinasse addosso e le tappasse la bocca! E io non sono più una roggia, ma solo un canale di scolo, privato della vita, nel quale finisce l’acqua inquinata dai concimi e dai liquami sversati in eccesso sui prati, e poi dilavati dalla prima pioggia abbondante o dall’irrigazione ossessiva.
Io: - Non puoi concludere questo dialogo con qualche immagine un po’ più leggera?
Roggia: - Certo. La prima che mi viene in mente è la scena della “Rotta della Cucca”, quando nel 589 d.C. l’Adige ruppe gli argini a Veronella e dilagò, finalmente libero, per tutto le campagne del basso Veneto. Chissà?! Con i cambiamenti climatici in corso le cose potrebbero finalmente cambiare: una stagione straordinariamente piovosa... e certi “ostacoli umani” verrebbero spazzati via, restituendoci l’antica libertà...
Io: - Ho capito, speri in una rivalsa!
Roggia: - Voi umani avete il vizio di attribuire alla natura i vostri peggiori modi di agire: “acqua assassina” scrivono i giornalisti, quando l’acqua a Genova o altrove esce dalle tubature o dagli argini troppo stretti entro i quali la volevate costringere. Rettificare, restringere e cementificare i percorsi dei fiumi... è come mettere un colpo in canna a un’arma...
Io: - Basta così! Ma qualche ricordo più gradevole per noi non ce l’hai?
Roggia: - Ti voglio accontentare. Ricordi quando, bambino, portavi un fiasco di clinto agli “sbadilanti” che in aprile ripulivano la sinuosa e placida Poina? Tu non lo sapevi, ma tuo padre si aspettava che quel gesto servisse a evitare che il fango che essi asportavano dalla roggia finisse in mezzo al suo prato, proprio quando il maggengo era quasi pronto per lo sfalcio. Quella squadra di contadini assoldati per ripulire il fosso, capeggiati da un “aquarolo” toglieva dalla roggia il fango e le alghe in eccesso, senza mettere in asciutta il greto pieno di vita del fiumiciattolo, come purtroppo spesso capita adesso. Così i pesciolini e le alghe potevano continuare a vivere e a riprodursi. Solo i pesciolini maldestri o malcapitati finivano nella zucca o nel cestino di vimini appesi alla cintola di qualche sbadilante e alla sera , dopo esser passati per la padella, rendevano felice e sazia la sua famiglia. La mia dolce e salubre acqua allora dissetava mandrie di vacche e vitelli e innaffiava gli orti pieni di fresche verdure, mentre le candide lenzuola, risciacquate in essa, sventolavano leggere al sole di primavera.