Sono intento a curare le piante del mio brolo, quando passa con il suo trattore per la strada che lo fiancheggia Franco Scuccato, un terzista di Poinella. E’ appena andato a seminare il mais in un campo oltre l’Uselin, ai confini con Bolzano.
Vedendomi, si ferma e mi dice: “Ti, che te ghe la passion dea fotografia, va’ vedare che spetacolo: ghe xe on pra’coi fiori de ‘na volta. A jera ani che no’ li vedea!”.
Conosco l’uomo e so che è sempre molto attento all’ambiente dove lavora e che sa riconoscere con il suo occhio esperto aspetti della campagna e reperti anche archeologici che altri ignorano.
La sera stessa verso l’imbrunire, quando la luce è la migliore, munito di macchina fotografica mi dirigo oltre l’Uselin, passando sul ponte costruito dove c’era una volta un guado famoso.
In pratica faccio lo stesso percorso dei ladri di Poianella, quando erano intenti a condurre verso casa i buoi, il carro e i sacchi di farina rubati all’Armedola e al Molinetto (Vedi La Storia de l’Uselin, Il Guado dell’Antico Mulino n.26, Dicembre 2017).
Passo attraverso l’appezzamento di terreno detto “i quindase”, fiancheggio l’altro, denominato “i ventisie”, supero il ramo dell’Uselin che dal “Bojo de meso” va verso Occidente, e mi trovo già in territorio di Bolzano, nei campi de Rigon.

Un’emozione indescrivibile mi assale di fronte allo spettacolo che si presenta ai miei occhi!
È il campo dei miracoli: fiori ed erbe, le più varie, si mescolano in un caleidoscopio di colori che mi stordisce.
Il prato presenta varietà vegetali che credevo scomparse, distribuite a chiazze, a macchie di leopardo: qui domina il giallo dei ranuncoli, lì il rosa di un’erba di cui non conosco il nome, più in là il bianco dei soffioni dei pissacan, all’ombra della siepe prevalgono le erbe palustri, al centro è in evidenza la verde loiessa che sta mettendo le prime spighe, lungo l’argine domina il paiuscon, tipico del madego di una volta e ora quasi scomparso, nella parte più umida del prato invece spadroneggia il marsucheto, ma non mancano neppure le ortiche, i cardi, mentre è quasi completamente assente il trifoglio, che predilige terreni più asciutti.

Mi muovo con delicatezza all’interno di questo giardino naturale; scopro, fotografo e filmo le numerose varietà di piante e di insetti che vi convivono.
Noto tra l’erba, in direzione Nord, le tracce lasciate sul terreno dal passaggio non recente di un carro. Osservo che il campo a fianco, a destra, bagnato dall’Uselin, sul quale era stato progettato il passaggio di un strada interprovinciale, è più elevato di oltre mezzo metro.

Intuisco che sono proprio all’interno del “paleo alveo”, cioè l’antico greto di un fiume, quasi sicuramente un ramo del Brenta al tempo delle sue divagazioni nella pianura alluvionale.
Poco più a Nord, verso Occidente, come testimonia la carta di Von Zac, c’è la “Palù”, dove, secondo la leggenda, si sono impantanati i maldestri ladri di Poianella.
Per un attimo associo le ruare sul prato con le impronte lasciate, sulla terra inondata dall’acqua dell’Uselin, dal carro dei ladri! Poi capisco che sono vittima delle mie stesse fantasie e ritorno a saziarmi gli occhi con lo spettacolo che mi circonda.
Rincasando, confronto quanto ho appena visto con la realtà della campagna che mi attornia, ove il maggengo, forse dopato da liquami e fertilizzanti chimici, si presenta come una monotona distesa di loiessa, senza fiori, senza il paiuscon che una volta lo caratterizzava.

Qui una volta faticavano e trovavano sostentamento decine e decine di uomini e donne, che falciavano l’erba, la lavoravano con cura, utilizzando la forca e il rastrello, raccoglievano poi il fieno caricandolo su carri di legno, oppure aravano, zappavano, mietevano, quasi sempre organizzati in squadre, socializzando, scherzando e talvolta amoreggiando.
Nei medesimi luoghi ora si verificano soltanto sporadiche e rapide incursioni di trattori giganteschi muniti di attrezzature supersofisticate, pilotati non da contadini ma da addetti spesso estranei al territorio in cui operano, tristi e taciturni come lupi solitari.
Si fanno vedere solo al momento di seminare o di raccogliere: arano in un battibaleno, forti dei quattro-cinque vomeri di cui sono dotati i loro trattori; raccolgono o ammassano il fieno e il mais con macchine gigantesche che trinciano, sminuzzano, aspirano e sputano il tutto in un enorme cassone semovente, poi spariscono per settimane, talvolta per mesi.
Non è solo la tecnica lavorativa che è cambiata, ma l’atteggiamento stesso verso l’ambiente agricolo: il contadino che tagliava l’erba con la BCS era accurato e attento anche all’estetica del suo praticello, come il barbiere che ti tagliava i capelli con la macchinetta a mano e che poi rincorreva il peletto ribelle con il pettine e le forbici.
L’agricoltore all’antica usava la falce e il rastrello per ripulire l’argine o l’angoletto impraticabile, anche se l’utilità pratica del suo lavoro era scarsa!

Chi arriva con mezzi meccanici costosissimi e ingombranti è evidentemente più attento al profitto: quasi sempre lascia intonse le superfici marginali o anguste e non si cura se una piccola parte del raccolto, calpestata o sfuggita alle macchine, rimane a marcire sul posto!
E i latari..., che fine hanno fatto?
Solo uno di loro è rimasto, e visita una sola volta al giorno l’ultima delle dieci “vecchie” stalle della contrada che ancora ha vacche da latte; in compenso quasi riempie la sua autobotte!
Intanto ho rifatto tutto il percorso e sono ritornato al punto di partenza, esattamente ove la Postumia Vecchia, con una curva a gomito, si collega a Via Levà, e qui scopro dove sono finiti gli uomini scomparsi dai campi: stanno tutti viaggiando, chiusi dentro luccicanti scatoloni di plastica e latta, lungo la stradina di campagna, una volta a dire il vero frequentata dalle legioni romane, ma che io ricordo bianca e silenziosa.
Fino a pochi anni fa, percorrendola sotto il solleone, quello che ti poteva capitare era, al massimo, di incrociare un carro stracolmo di fieno appena raccolto, che ti inebriava con le sue fragranze. Ora la stessa ha poco da invidiare al traffico del Raccordo anulare di Roma...
- E’ il Progresso, bellezza...!, mi sussurra una voce.