
Dal diario di Martino (scritto, si presume, negli anni ’50) a cura di Piersilvio Brotto
15 maggio
Caro diario,
finalmente sono un po’ tranquillo e così ti posso raccontare della settimana scorsa, quando mio papà, aiutato da due vicini di casa, ha tagliato el madego, il maggengo, come dice il maestro. Ha usato la sua vecchia falce, dopo averla la sera prima accuratamente battuta sulla piantoea con un martelletto speciale, stando seduto su un tarajo.
Bepi, Marco e il papà di buon mattino hanno ‘fatto la strada’, cioè hanno tagliato l’erba con la falce lungo i bordi del prato; poi è arrivato Toni con il trattore e la falciatrice, un attrezzo dotato di una specie di lama metallica tutta piena di ‘coltelli’ e di ‘denti’ e in poco tempo hanno ‘steso’ tutta l’erba, senza dover urtare fora ‘e buee, come dice mio nonno Francesco.

Io stavo vicino a lui che era seduto al bordo del prato, sul suo caregoto, la vecchia sedia di paglia che si porta dietro, insieme con la bagoina, quando va per i campi, per non stancarsi troppo.
Mio nonno ha lavorato tanto durante la sua vita e adesso soffre di bronchite asmatica e il dottore ha detto che non deve più fare sforzi, perché ha ‘un cuore di bue’.
Lui è molto buono e mi insegna molte cose e molti proverbi. L’altro giorno mi ha insegnato a far volare le scarpasse, i maggiolini, così li chiama il maestro.
Sono andato in tinello, la stanza dove la mamma tiene la Singer, la macchina da cucire che le ha regalato nonna Lida, ho preso da un rocheo il filo più leggero che c’era e il nonno mi ha aiutato a legarlo a una gambetta della scarpassa che avevo catturato su un panpano, cioè un germoglio della visea che sta addossata al pilastro centrale a sud della barchessa.
Subito il mio ‘aereo’ color marrone non voleva volare, ma poi ha tirato fuori le antenne e mentre io soffiavo sulla mano del nonno, dove l’avevo parcheggiato, è partito come un razzo: io gli ho dato filo e l’ho fatto volteggiare più volte nell’aria, tenendolo ancorato alla mia mano. Ogni tanto ‘capotava’, finendo sul prato, ed era difficile farlo ripartire.
Ieri ho raccontato, pieno di orgoglio, in classe, quello che avevo imparato a fare, ma il maestro ha tagliato corto dicendo che non si devono far soffrire gli animali, neanche gli insetti, per proprio divertimento.
Io ci sono rimasto male e ho deciso che certe cose non gliele racconto più.
Anche l’anno scorso, quando gli ho detto che andavo a nidi con Matteo, che mi riempivo le tasche di seleghe e rejestoe da gnaro, e che poi la nonna le spennava e alla sera era una delizia mangiare poenta onta e oseiti, il maestro si mostrò inorridito: da allora a scuola non ne ho più parlato, ma ho continuato a perlustrare salgari veci e nogare, lungo siese e piantà.
Però, quando vado a confessarmi, piuttosto che rischiare di tacere qualche peccato, preferisco elencarne qualcuno in più, in modo da fare una ‘buona confessione’.
Per scrupolo, inserisco fra i peccati che riguardano il quinto comandamento anche la periodica ‘strage degli uccellini’, prima di passare all’elenco di quelli commessi in ‘pensieri, parole e opere’ che riguardano il sesto comandamento, che sono poi quelli di cui mi vergogno di più.
Durante l’ottavario in preparazione della Pasqua, al quale una sera ho voluto partecipare insieme al nonno, ho sentito una predica e il frate dal pulpito di legno collocato vicino alla cappella del Crocifisso, a metà della chiesa, diceva che il demonio cattura molte anime dannate da portare all’Inferno con la bestemmia, ma specialmente con i ‘peccati della carne’.
Quando sono tornato a casa mi sembrava di vedere i corni del diavolo spuntare dappertutto e per quindici giorni non ho più detto ‘brutte parole’ e, una volta con una scusa e un’altra volta con un’altra, sono riuscito a non mangiare carne.
Il nonno è molto fiero di me e dice sempre che gli dispiace morire soprattutto perché non potrà vedere cosa farò da grande: secondo lui di sicuro diventerò un dotore o uno scienziato.
Agli amici racconta spesso, un po’ divertito e un po’ ammirato, di quella volta che gli ho proposto di intubare e ricoprire di terra tutta la roggia che fiancheggia i nostri campi per poter tagliare erba anche là!
Anch’io sono orgoglioso del nonno, ma quando lo sento fare questi discorsi sono imbarazzato, arrossisco e le orecchie mi diventano calde, come quella volta che gli ho chiesto se, quando morirà, lascerà a me la sua tabacchiera d’argento, dalla quale ogni tanto preleva una presa di tabacco che poi aspira col naso.
Lui mi aveva risposto di sì, ma una lacrima gli era poi scivolata dalla guancia lungo una delle bretelle che sostengono i suoi calzoni e si era spenta nel rattoppo che la nonna gli ha fatto all’altezza delle ginocchia…
Ora sta arrivando mia sorella Lucia e io, caro diario, ti devo nascondere, sennò quella spiona è capace di ficcare il naso nei nostri segreti.