(scritto, si presume, negli anni ’50) a cura di Piersilvio Brotto
23 aprile
“Andando scoea s’impara on saco de robe“, ho risposto a Menego, e poi, rivolto verso Paolino, mio compagno di scuola e di giochi, ho aggiunto ”… e anca tornando casa!”
Detto questo abbiamo ripreso a rincorrerci per l’aia e così abbiamo lasciato Menego in preda a qualche interrogativo sul senso di questa frase appioppatagli dopo la sua solita provocazione:
- ‘sta matina, ‘ndando al marcà, a go visto on toseto co ‘a sacheta so ‘e spae, che pianxea e pianxea, caminando pianeo verso scoea.
- Parchè te pianxi, bel puteo?, a ghe go domandà.
- Parchè xe finie ‘e vacanse de Pasqua…!
“Mi me piaxe andare scoea”, avevo risposto secco secco, anche se le vacanze, a dire la verità, mi piacciono molto di più.
Con il Sior Menego ho un vecchio conto aperto, da quando ero più piccolo e lui voleva farmi credere o si divertiva a inventare favole che non reggevano alle mie osservazioni e ai miei ragionamenti, come quella volta che sosteneva che il vitellino appena nato era bagnato perché era caduto nel fosso mentre lo portavano a casa mia…
“No, no”, avevo ribattuto io, indicando la Cerva ancora sdraiata, “non te vedi, Menego, che lo ga fato la vaca! Varda, la ga ancora le buee mexe fora, pal sforso che a ga fato!”
Io non avevo potuto assistere al fatto perché a casa mia, quando nasce un vitellino, mi chiudono sempre fuori dalla stalla e cercano di distrarmi in tutti i modi. A casa dei miei vicini succede lo stesso: i grandi parlano fra loro con frasi monche e ti impediscono di vedere molte cose, con i pretesti più stupidi.
Quando aiuto il papà e il nonno ad abbeverare le vacche e le facciamo uscire per andare a bere al fosso, qualche volta succede che una di loro salta addosso a un’ altra e allora li sento dire che quella “la xe al toro”.
Una volta ero a casa delle mie amichette, l’Angelica e l’Angelina, quando è arrivato Piero Serciaro, che abita a mezzo chilometro da qui, con una vacca che “la iera al toro”. Allora la loro mamma ci ha chiuso in cucina, dicendo che fuori era pericoloso per i bambini e ci ha liberato solo quando la vacca se ne stava tornando tranquilla nella sua stalla di provenienza.
A volte mi capita anche di sentire frasi come “La Rossa la xe piena” oppure “la xe in sete mesi”, ma mai ti spiegano qualcosa su questi argomenti.
Un giorno, quand’ero più piccolo, ho visto nel fosso l’anatro che era salito sopra un’anatra e con il becco le spingeva la testa sott’acqua. Io avevo paura che l’annegasse e allora ho tentato di cacciarlo via con dei sassi, ma mia mamma mi ha fermato, dicendo: “Assa stare, nol ghe fa mae, no!”
Infatti, poco dopo l’anatra, quasi felice, è andata dalle sue amiche a raccontare quello che le era successo: ‘Qua, qua, qua…!’ e le altre a commentare: ‘Qua, qua, qua…!’
Anche il gallo si comporta allo stesso modo con le galline e la nonna dice che ‘guai se nol lo faxesse, …non nassaria gnanca on pulxin!’
Sulla nascita dei pulcini e degli anatroccoli, sono meno misteriosi, i grandi. Così posso vedere quando i nascituri da dentro rompono il guscio con il beccuccio ed escono fuori, ancora bagnati, per poi asciugarsi rapidamente sotto le ali della ‘cioca’ o della ‘pai’ (tacchino, ndr).
Ma, parlare della nascita dei bambini? Neanche pensarci!
La nonna e la mamma fra loro dicono talvolta frasi come: “la Maria la ga comprà”, oppure: “da’a Catina xe rivà la cicogna”.
Quando una volta mia sorella Lucia si è permessa di dire che “la xia Ana la ga ‘na bea pansa” , si è presa una tirata di capelli da parte di mia madre: “che no’ te senta pì parlare cussì,… vergognosa!”
Io allora ho capito che di queste cose a casa non si può parlare; ma neanche a scuola il maestro ti dice qualcosa di chiaro, e se la cava sempre con un: “certe cose le capirete quando sarete più grandi”.
Allora noi ragazzi ci volgiamo verso Mario, il più grande di noi, perché ha ripetuto due volte, ma lui ci risponde con un sorriso un po’ scemo.
La settimana scorsa, però, il maestro ci ha portato a fare una passeggiata, per osservare la campagna prima di fare il tema in classe. Siamo usciti a due a due, le femmine davanti e noi maschi dietro, lungo la stradina vicino alla scuola. Le nostre compagne raccoglievano viole e pratoline, per adornare la cattedra, mentre noi maschi, di nascosto, ci mostravamo gli ultimi esemplari di fionda, che il maestro non vuole neanche sentire nominare.
Arrivati in prossimità della casa di Angeo Biasieta, abbiamo notato che c’era movimento dietro la stalla delle vacche. Infatti, un vicino aveva portato la sua vacca al toro. C’erano almeno tre uomini che stavano ad osservare.
Quando il maestro si è accorto che tutti i maschi guardavano da quella parte, si è affrettato a farci accelerare il passo, ma noi, finalmente, avevamo visto tutto.
Ecco perché, caro Diario, ho risposto a Menego che “andando scoea, s’impara on saco de robe!”
Quello che si impara tornando a casa te lo racconto un’altra volta, “parchè, serte robe, anca ti, te podarè capirle quando che te sarè on poco pì grando!”
