Nonno Francesco e il pappagallo

Immagine1b“Nonno,… nonno,… nonno…!”…lo chiamavo, ma lui sembrava non sentirmi.

Era pallido, aveva la fronte perlata di sudore e una smorfia di dolore stampata sul viso…

Il nonno si era accasciato sotto il vecchio gelso, dove tante volte ci eravamo fermati, all’ombra, per assaporare le more…

Dopo aver tentato inutilmente di risvegliarlo scuotendolo, corsi a casa con il cuore in gola e appena vidi qualcuno, forse il papà, gli indicai, quasi senza riuscire a emettere suono, il gelso più rigoglioso della “piantà dei morari”, poi mi uscì, quasi come un rantolo, la frase: “El nono….sta mae!”.

Il primo ad arrivare sul posto fu il papà, poi sopraggiunse la mamma e infine la nonna. Il nonno sembrava dormire, quasi non respirava ed era bianco, quasi grigio, in volto.

Il papà gridò: “El dotore!”. Corse a casa e, inforcata la bicicletta, si diresse verso la casa di Toni Cariolaro, dove poco prima l’aveva visto andare. Poco dopo tornò con il dottore, anche lui in bicicletta.

Il dottore s’inginocchiò accanto al nonno, gli sentì il polso, poi il cuore, poi gli misurò la pressione, infine gli fece una puntura, prendendo una fiala dalla sua valigetta di cuoio.

Non aveva detto ancora una parola, poi, rivolto a mamma e papà: “ Occorre portarlo subito all’ospedale a Cittadella. Il suo cuore è in grave sofferenza: bisogna far presto”.

Ma dove trovare uno chauffeur?

Il dottore consigliò di andare da Ignazio, che fa il meccanico di biciclette, ma, all’occorrenza, anche il taxista.

Il papà partì subito verso il centro del paese, mentre la mamma, la nonna, il dottore ed io rimanemmo accanto al nonno che si era un po’ ripreso. Il dottore gli aveva detto di rimanere sdraiato e gli aveva messo una giacca sotto i piedi, per facilitare la circolazione del sangue.

Il nonno ci guardava e non capiva che cosa gli fosse successo. Il dottore gli spiegò che doveva andare all’ospedale per un controllo.

Il nonno biascicò una frase, come “forse xe ‘rivà la me ora… Martin, prima che me desmentega… tui ‘a tabachiera nel taschin del gilè…tienla ti…”

Io non avevo il coraggio di toccarlo, di mettere le mie mani nei suoi vestiti e allora lui fece cenno alla nonna.

Così mi trovai in mano la tabacchiera d’argento del nonno. Ripensai subito a quella volta che gli avevo chiesto, senza giri di frase, se, quando sarebbe morto, l’avrebbe regalata a me. Ora proprio non l’avrei voluta, mi vergognavo ed ero pentito del mio egoismo.

Il nonno era lì, con gli occhi socchiusi ed io ripensavo a tutti i momenti belli passati con lui.

Quante volte lo avevo accompagnato per i campi, nelle sue lente passeggiate: lui si fermava davanti ad ogni pianta, mi spiegava mille particolari sulla loro vita, sulle abitudini degli animali, sul ciclo delle stagioni, sui lavori dei campi. Io l’ascoltavo, gli facevo mille altre domande e, quando tornavamo a casa lui, immancabilmente, diceva alla mamma: “’sto toso qua el deventarà on siensiato!”.

La mamma lo ripagava con un dolce sorriso e con un “Checo, bivi ‘sto brodeto, che te sarè anca stufo. Spero che nol te sidia massa, co ‘e so domande!”

A me piacevano specialmente i giochetti che facevo con lui da quand’ero piccino, come quello di posare la mia manina sulla sua. Lui poi posava l’altra sopra, ed estraeva quella sotto, in modo carezzevole, mentre diceva questa filastrocca:

“Manina bela,
fata a penela,
indove sito stà?
- A trovare papà!
Cosa te gaeo dà?
-Poentina e late!
Gate, gate, gate!...

Il tutto si concludeva con una grattatina delle sue morbide dita sul palmo della mia manina. Altre volte, invece, m’insegnava qualche proverbio.

Indicandomi il cielo rosso, sul calare della sera, diceva: “Rosso de sera, bon tempo se spera” o, se pioveva, mentre il sole splendeva da un angolino del cielo: “Piova e soe, el diavoeo se petena!”… Io memorizzavo tutto e talvolta trascrivevo i proverbi più belli.

Immagine2Finalmente Ignazio arrivò e il nonno venne adagiato sul sedile posteriore della Giardinetta.

Salirono anche il papà, accanto all’autista, e la mamma, dietro, vicino al nonno.

La nonna lo salutò sistemandogli la camicia e i capelli. Io avevo un nodo in gola e gli feci un ciao con la mano.

Poi l’auto si allontanò e anche il dottore se ne andò. Restammo io e nonna Lida: mentre rientravamo a casa, lei recitava delle Ave Maria e io pregavo con lei, con fervore, perché il nonno guarisse e tornasse presto.

Ormai era sera e la nonna preparò la tavola come il solito, ma poi non mangiò.

Anch’io mi sentivo vuoto e buttai giù a fatica la “menestrina del nono”.

E’ già passata una settimana e ieri a Iacomo Caseta, che è venuto a chiedere del nonno, il papà ha detto che ”el va mejeto” e che spera torni presto.

Io intanto, con i miei risparmi, gli ho comprato una busta di tabacco da fiuto e gliel’ho messa nella sua tabacchiera.

Non vedo l’ora di dargliela!

Anzi, vorrei andare a trovarlo all’ospedale, anche perché, dai discorsi captati tra mamma e papà, ho sentito che agli ammalati portano un pappagallo.

Io non ne ho mai visto uno e sarei curioso di vederlo e di sentirlo parlare.

Ho letto nel sussidiario che ha piume bellissime, di tutti i colori, e che riesce a imitare le parole degli uomini…

Forse lo portano agli ammalati più tristi, o a quelli che non hanno nessuno a cui parlare…

Mia sorella Lucia mi ha detto che sono uno stupido… e che i pappagalli degli Ospedali non parlano e non sono colorati…

Boh?!

Il diario di Martino è stato scritto negli anni ‘50.

Ndr. Per saperne di più su nonno Francesco, vedere il Guado del giugno 2007.

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