Stare incucià me ga fato vegnere ‘na roba che no’ posso dire!

10° episodio (scritto, si presume, negli anni ’50)

A cura di Piersilvio Brotto

 

“Varda Martin… varda quanto sorgo che gavemo in granaro!”

Ero salito con nonno Francesco in granaro per riempire una cesta di scataroni da bruciare nella cucina economica e lui, tutto raggiante, mi ha fatto osservare che mai come quest’anno la stagione era stata ricca di frutti.

Le pannocchie di mais, infatti, belle gialle, coprivano quasi tutto il granaro.

Erano stati il papà e Marco a portare su a spalle i sacchi riempiti nel campo e a svuotarli sul solaio, formando uno strato alto trenta centimetri.

Lungo i muri, sulle scansie, facevano bella mostra di sé i cachi, grossi e succosi, disposti con ordine dalla mamma, mentre sulle ree, appese al soffitto, stavano distesi i grappoli di ua franbua nera.

Sulle finestre, invece, prendevano l’ultimo sole le zucche, prima di finire cotte nella pentola o abbrustolite nel forno. Le noci, infine, già belle asciutte, stavano tutte in un sacco di juta, vicino al pilastro centrale. Solo la stanga dei saladi era spoglia, perché el porseo placidamente ancora grugniva nella sua stalla.

“Te racomando, Martin, quando che vien la Candida, par domandare la carità, daghe pure na sbessoà colma de farina, che ‘st ’ano ghe xé da magnare par tuti!”

Il nonno ha veramente un buon cuore ed è sempre pronto a fare la carità ai poareti che passano per casa. Io gli voglio bene, anche se durante la vendemmia mi ha fatto fare un lavoro che odio: raccogliere i granelli d’uva che gli altri avevano fatto cadere per terra, parchè xé dai grani che vien fora el vin.

Così i grandi, compresa la Lucia, vendemmiavano e chiacchieravano allegramente, il nonno osservava dal suo caregoto, mentre io dovevo fare la cosa più ingrata: raccogliere quei maledetti granelli, stando incucià sotto la pergola.

Ogni tanto, con qualche scusa, mi allontanavo e non tornavo se non quando qualcuno veniva a ripescarmi. Alla sera, però, mi sono divertito un mondo a pigiare l’uva con i piedi, insieme con il papà.

Alla fine il mosto ci aveva dipinto di rosso le gambe fin quasi alle ginocchia.

Poi il nonno ce lo ha fatto assaggiare, pescandolo nel tino con il minestro: era rosso vivo e dolce, dolce, dolce… Mi piaceva da morire e così son tornato anche dopo, quando il nonno non c’era, e ne ho bevuto ancora, tanto, di nascosto…

Durante la notte avevo le buee che brontolavano e un po’ di mal di pancia. Dalla sua camera la mamma ha sentito che continuavo a tirare il vaso da notte da sotto il letto e alla mattina dopo mi ha interrogato in proposito.

- Gheto ciapà fredo par caso, Martin?

- No, mama, me sembra de no.

- Gheto par caso magnà qualche sporcaria?

- No, mama! (non stavo dicendo una bugia, perché il mosto io l’ho solo… bevuto!). Poi l’ho buttata là: - Non voria che fusse parchè so’ sta’ tanto incucià soto a pergoa a tore su i granei de ua…!

Dopo essersi consigliata con la nonna, la mamma alla fine ha deciso che non sarei andato a scuola, perché avevo… el cagoto!

“No’ importa s’el perde on dì de scoea; penso mi a farghe fare on poca de lession”, rassicurò la nonna. Durante la mattinata d’ insperata vacanza, nelle pause tra le varie corse al cesso, mi ha fatto ricopiare da un vecchio libro di preghiere, in bella grafia, su tre fogli distinti di carta senza righe, tutti i Sequeri di sant’Antonio, in latino, per regalarli alle sue amiche!

Come se non bastasse questa penitenza, ogni tanto mi diceva: “Martin, varda s’el fogo el va…, va’ tore ‘na sesta de scataroni… me veto tore anca on pochi de passiti... me iutito a peare ‘e patate?...”

Sfogliando il libro di preghiere, nelle pagine successive, ho anche capito che il maestro ha ragione quando dice che el Signore se sara ‘e rece, quando che la gente prega in latin!

Infatti, invece di dire: “Requiem aeternam dona eis Domine et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen”, come sta scritto nel libro, mia nonna recita: “Rechie meterna dònaei domino e luss perpetua luceatèi. Rechiesta in pace. Ame”.

Io penso, però, che il Signore tenga conto più della buona intenzione della gente che degli spropositi che sente!...

Rimanendo a casa tutta la mattina a fare esercizio di scrittura e a tendare el fogo, ho capito un’altra cosa importante: andare a scuola non è poi così male, specialmente se il maestro ti fa mettere a braccia concerte e ti racconta la storia de I Promessi Sposi o ti legge le avventure di Gian Burrasca.

Qualche volta ti può capitare di fare anche una bella risata, come quando il maestro ci ha dettato questo problema: “Quanto ha speso la massaia, se al mercato ha comperato 15 uova, pagandole 20 lire al paio?”

“Massa la ga speso - ha prontamente reagito Roberto Scanagatta - parché me mama le vende par solo diese franchi al paro!”

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