15° episodio (scritto, si presume, negli anni ’50)
A cura di Piersilvio Brotto
L’ha detto nonno Francesco che le case dei contadini sono dei porti de mare, dove arriva gente a tutte le ore, di giorno e di sera, tutti i giorni dell’anno.
Di domenica spesso ci vengono a trovare i parenti e gli amici del papà e della mamma, oltre che dei nonni: la mamma, per far loro festa, fa el cafè bon oppure offre il vin coto con i biscotti. La zia Virginia si ricorda sempre di me e spesso mi regala un sacchettino di caramelle.
La mattina e la sera, tutti i santi giorni dell’anno, sia che piova, che nevega o che s-ciantisa, passa il lataro a prendere il latte; non si deve farlo aspettare, perché lui deve andare in molte stalle e, se il latte non è pronto nel vaso, glielo devi portare in latteria.

Più simpatico e allegro è il fornaro che si presenta fischiettando, verso le dieci del mattino. Si chiama Marco. Lui ha una bicicletta robusta e una grande cesta piena di pane appesa al manubrio. Saluta sempre cordialmente e, senza scendere dalla bici, mette le sete ciope de pan nel cestino già pronto sulla finestra; prende la sua matita, che tiene sempre dietro l’orecchio destro, e le segna sul libretto. Poi riparte, di nuovo fischiettando.
Verso mezzogiorno di solito capita anche il postino, che tutti chiamiamo Tino. Lui arriva con il suo motorino, un vecchio Galletto e una borsa piena di buste, posta tra il manubrio e la sella. In un attimo trova le lettere con il nostro indirizzo e le consegna al primo di noi che sente il suono della sua trombetta. E’ specialmente a Natale e a Pasqua che arriva molta posta, quando gli zii e amici di famiglia ci mandano le cartoline con gli auguri. La nonna le conserva tutte in un cassetto e ogni tanto le tira fuori e me le fa leggere.
Il mercoledì e il giovedì mattina sono i giorni di Marco el munaro. Lui è sempre tutto sporco di farina e forse anche della polvere bianca sollevata dagli zoccoli di Bajo, il suo cavallo. Marco è ormai vecchio: ha forse solo tre denti in bocca e tante rughe sulla fronte. A forza di caricarsi i sacchi sulle spalle ha fatto le gambe storte, come due parentesi rotonde. Il papà gli consegna il formento e il sorgo maraneo in due sacchi diversi. Il giorno dopo Marco ci porta la farina gialla per la polenta e la crusca, mentre quella bianca per il pane la consegna direttamente a casa del fornaro. Il papà controlla sempre che non ci imbrogli, consegnandoci, invesse che quea de maraneo, ‘na farina da mas-ci, come è capitato una volta.
Il sabato pomeriggio, nella sua motoretta tutta circondata da gabbie per polli e conigli e, al centro, una cesta per le uova, arriva el polastraro o l’ovaròeo, come dice la mamma. Lei gli consegna le uova, già pronte e contate, in una grande scatola di latta, e qualche volta anche una gallina, che lui prende per le zampe e, tenendola con la testa in giù, le soffia tra le piume nella parte posteriore, per vedere se la pelle ha un bel colorito. Poi la pesa e dice il prezzo. Io sono sempre lì, pronto a farmi dare cinque o dieci lire di mancia!

Caro Diario, non pensare adesso che io ti faccia l’elenco completo di tutti quelli che passano per casa! Il nonno dice sempre che qualcuno, come el dotore, el veterinario, el dassiaro, el cursore, stemo mejo se no’ lo vedemo par casa! Pa’ el prete, invesse, le porte xe sempre verte, parché el porta la benedissiòn e de quea gavemo tanto bisogno, … e non importa anca se el campanaro che ghe va drìo el se porta vìa ‘na scapeà de uvi!
Anche al frate laico di Monte Berico, alto e magro come on bacheto, di solito diamo formento e un chilo di formaggio, che lui ritira in Latteria, mentre ai poareti, come la Candida o Jijo el soto io verso ‘na sbessoeà di farina nel loro sacchetto. Con Jijo il papà si è anche arrabbiato una volta, perché è venuto per carità alla domenica, invece di andare alla messa, e un’altra volta perché mi ha chiesto do sbessoeà de farina, approfittando del fatto che a casa c’ero solo io.
Con una bicicletta tutta arrugginita e un carrettino carico di cianfrusaglie ogni tanto si fa vivo el strassaro che si preannuncia ripetendo a gran voce: Strasse, ossi, ferovecio!… E peo de mas-cio, gli aggiungo io. Infatti, quando uccidiamo il maiale, Gino el massoin mi dà il tempo di raccogliere da terra le setole dopo che sono state raschiate. Poi le lavo e le metto ad asciugare. Tutto il denaro ricavato dalla vendita lo divido con mia sorella Lucia.
Dello stradino che si ferma volentieri a bévare on’ombra de clinto, ogni volta che passa a chiudere le buche sulla strada, non ho molto tempo di parlarti e neanche del caregheta che, sceso dalle montagne, in due giorni ci ha fatto sei careghe, costruendo di giorno il loro telaio con il legno del vecchio moraro e impagliandole durante el filò con le caresse che io e il papà avevamo raccolto nella fossona dietro casa e poi essiccato all’ombra. Il caregheta non teme il freddo e di notte ha dormito nel fienile, coprendosi solo con il suo tabaro.
Nonna Lida mi ha raccomandato de no’ contare mai, neppure con il maestro, della Marieta la contrabandiera, che ci rifornisce di sacarina che ci costa on quarto de queo che costa el sùcaro comprà dal casoìn.
Vuoi sapere infine chi non vorrei mai vedere a casa mia?
- Oreste el castrìn, parché el ghe cava ‘e buee sensa indormia a le mas-ciete e le fa sigare come mate, tegnendoe ferme durante l’operassion soto i so scarpuni; e anca i singani, che i te ‘riva in casa quando manco te ‘i speti, e, … se no’ te ste tento, i te domanda ‘na fassina… e intanto i te roba ‘na gaìna!