a cura di Piersilvio Brotto
Cara Sissi,
scusa se da tanto tempo non ti scrivo una riga, ma avevo nascosto il diario in un posto tanto segreto, che neppure io riuscivo a ritrovarlo! In questi giorni in famiglia siamo tutti tristi, perché nonno Franco è all’ospedale già da una settimana, anche se i dottori dicono che presto potrà tornare a casa.
Il pomeriggio in cui è stato ricoverato io ero dalla sarta: sto facendo pratica di taglio e cucito dalla Giulia Zanetti.
Nonna Lida ha tanto insistito, dicendo che, quando lei si è sposata, sapeva filare, tessere, tagliare e cucire camicie e calzoni, oltre che, chiaramente..., rammendare!
Il fatto è che, da quando Mario ha cominciato a frequentarmi, sia lei che la mamma dicono che devo mettermi a preparare la “dote”. Per loro sono come un treno e la mia vita ha già una meta precisa e soprattutto dei binari su cui scorrere!
Mario l’ho conosciuto sei mesi fa, all’uscita dai vesperi domenicali. E’ un ragazzo simpatico, ha i capelli neri sempre ben curati (si mette anche la brillantina) e mi accompagna dalla chiesa fino a casa, affiancandomi con la sua Vespa.
Mio papà ha detto che non devo farmi trainare da lui, appoggiando la mia mano sulla sua spalla, perché la gente inizierebbe a sparlare e a dire che sono una “poco de bon”.
Qualche volta Mario viene a trovarmi anche a casa, di sera, di solito al giovedì.
Per potermi frequentare, ha dovuto chiedere il permesso ai miei genitori: non ti dico l’imbarazzo mio e suo quella sera, sotto la vite, in mezzo alla corte.
Anche i miei erano tesi e dopo averci fatto mille raccomandazioni, mio papà ha concluso con “me racomando, rigar drito…tra omani, par capirse, basta poche paroe!”
Mario, quando viene a trovarmi, mi porta spesso cioccolatini o caramelle fondenti, che a me piacciono molto.
Di solito viene in bicicletta e, quando passa dietro casa, fa un drinnn con il suo campanello: gli altri non lo sentono, ma io sì, e allora esco e lo faccio entrare o in cucina o in stalla, dov’è riunita tutta la famiglia.
Rimane qui un’oretta, durante la quale mia mamma approfitta per chiedergli di questo e di quello e di quell’ altro ancora!
Mio fratello Martino, se ha terminato di fare i compiti, pretende che Mario giochi con lui a carte, a briscola o a scopa.
Lui non dice mai di no e non si infastidisce neanche quando, dopo un quarto d’ora, mia nonna tira fuori la corona e ci fa recitare il rosario…
Poichè Mario è di un’altra parrocchia, i miei sono andati anche dal parroco del suo paese, per avere informazioni sulla sua famiglia. Da allora sono più tranquilli: forse hanno avuto buone notizie. Il nonno, un giorno si è lasciato scappare una frase significativa: “…i ga canpi sui anca luri”, fatto per lui molto importante.
Quando Mario se ne va, io l’accompagno fuori, ma devo rientrare subito perché…”fora fa fredo”, oppure “tira vento”, anche se magari è più caldo o calmo che dentro!
L’unico momento in cui posso stare con lui è la domenica, dopo i vesperi e prima dell’adunanza dell’Azione Cattolica e più tardi, quando mi accompagna a casa.
Una domenica l’ho combinata grossa: mi sono lasciata convincere di andare in Vespa fino al Brenta, invece che alla consueta adunanza.
Ho lasciato e quasi nascosto la mia bici in un posteggio, poco fuori paese.
Era la prima volta che montavo su una moto e non sapevo come sedermi.
Alla fine mi sono sistemata, con tutte e due le gambe posate su un fianco della Vespa, come ho visto fare in un film da un’attrice famosa.
Lungo la strada era bello stare aggrappata a Mario e sentire l’aria che ti accarezzava il viso. I capelli, invece, si comportavano come una frusta e mi davano fastidio agli occhi.
Il vento poi s’infilava sotto la gonna, gonfiandola, e mi costringeva a tenerla “pizzicata”, stringendo forte le ginocchia.
In riva al Brenta c’era molta gente: un uomo suonava la fisarmonica e alcune coppie ballavano allegramente.
Mario mi ha chiesto se gli davo un bacio…io sono rimasta confusa…gli ho risposto che mi sarebbe piaciuto, ma che non siamo ancora fidanzati…
Lui ci è rimasto male, anche se ha detto che era orgoglioso che io non fossi una “ragazza facile”. Durante tutto il viaggio di ritorno non abbiamo mai parlato; io pensavo al bacio che gli avevo negato e lui non so a che cosa.
Giunti vicino al paese, ho recuperato la mia bicicletta e siamo arrivati a casa mia solo con un leggero ritardo, rispetto al solito.
Sul ponte c’era già mia nonna che mi aspettava e, quando mi ha visto, ha subito osservato: “Te ghe i caviji tuti incatigà!...xe mejo che te vai suito in cusina a jutare to mama..”
Non me lo sono fatto ripetere due volte, tanto mi sentivo in colpa!
Ndr: la precedente puntata si trova ne “Il Guado” di Dicembre 2009.