PERCORSI VERI E DIALOGHI VEROSIMILI LUNGO LE VIE DI SAN PIETRO IN GU
di Piersilvio Brotto
Percorso N° 3
Prescrizioni per l’uso:
Lettura vietata a chi è in punto di morte; sconsigliata a chi deve prendere il treno o l’aereo e a chi non sappia o non voglia leggere, ma specialmente a chi “ga el desfrito sol fogo”; raccomandata ai perditempo e a quelli che,
comunque, preferiscono un’ora di poltrona a quattro ore di marcia.
Tracciato: Palestra Comunale – Via Mazzini – Armedola – Lanzè – Vaticano – Calonega – Barche – Formigaro – Montagnola – Colombare – Rebecca – Cavalcavia – Castellaro – Vetriani – Roma – Postumia Vecchia – Levà – Garibaldi – Gramsci – Palestra Comunale.
Lunghezza del percorso: Km 20
Personaggi principali: il Professore, sua moglie, il sordomuto, Bepi, il nipotino di Bepi, lo Storico, l’Ingegnere idraulico, l’Impresario.
Ci siamo dati appuntamento in otto persone per partecipare insieme alla tredicesima Marcia Straguadense.
E’ una mattinata un po’ nuvolosa, ma non fredda, l’ideale per una bella sgroppata di sei, undici o venti chilometri, lungo le vie di San Pietro in Gu e paesi limitrofi.
Alle 7,50 siamo già lì, io, il Professore, sua moglie ed un ragazzo sordomuto bravo a disegnare, quando mi arriva un messaggio sul telefonino: il gruppo di amici del Professore, che stanno arrivando da Venezia, sono stati bloccati
in autostrada, sembra per un ingorgo, e non arriveranno prima delle 8,45.
Avvisiamo Bepi, che ha intenzione di associarsi alla camminata portando un suo nipotino già abituato a queste esperienze, perché non si presenti inutilmente prima di quell’ora.
Il Professore deve assolutamente partire, perché si è preso l’impegno di fare non so che al posto di ristoro di Barche.
Ci mettiamo d’accordo che lui, sua moglie ed il ragazzo intanto partono e che ci lasciano un bigliettino sotto la prima tabella che indica le diverse direzioni possibili.
Loro tre si avviano, mentre io rimango ad osservare, davanti alla palestra, tutta questa gente, in maggior parte attempata, festosa e garrula, mentre ritira i cartoncini e si avvia arzilla, a piccoli gruppi, verso la piazza del paese.
Tra loro riconosco pochissimi guadensi, per lo più impegnati a servizio della manifestazione.
Oltre a Graziano Grosset, a Tiziano Venzi, a Bruno Mantovani, vedo dei giovani, Stefano Stella, Arianna Sasso…
I parcheggi del centro sono già tutti occupati dai mezzi di trasporto di questi “stranieri”, che, per un giorno, hanno ritenuto importante venire a San Pietro in Gu.
Giro tra le mani il pieghevole dove sta scritto che il nostro “è un paese ricco di natura e di storia testimoniata dalla presenza di una ridente campagna e significativi monumenti artistici che meritano di essere visti marciando
insieme”.
Che bella idea, quella di andare insieme a riscoprire le bellezze, anche se piccole, che ogni giorno vediamo, ma non guardiamo mai!
Alle 8,40 arrivano Bepi ed il nipotino, un simpatico “scoiattolo” di circa 8/9 anni e subito dopo si presentano gli amici del Professore: sono tre maschi oltre la cinquantina; uno è studioso di storia locale, il secondo è un ingegnere che si occupa di idraulica e di energie alternative, un “verde”?, il terzo un impresario edile, ma, da quello che ho capito poi, forse anche un burlone.
Ci avviamo subito, perché sono già le 9 e ci attende un impegno non indifferente.
Superata la piazza, un autentico parcheggio questa mattina, e arrivati in corrispondenza del Parco Giochi di Via Mazzini e del Cimitero, troviamo un cartello che segnala le possibili direzioni da prendere: percorso verde, 6 Km, a sinistra, verso il Go; percorso giallo, 11 Km e percorso rosso, 20 Km, diritti, verso Armedola.
Che direzione avranno preso i nostri amici?
Raccogliamo un bigliettino appallottolato, ai piedi del cartellone e grande è la nostra sorpresa, perché non c’è scritto niente; ci sono solo dei disegnini fatti con una certa cura, ma cosa vorranno dire?
Ci verrebbe voglia di usare il telefonino, ma il Professore e sua moglie proprio lo detestano e non lo usano.
Non ci resta che cercare di capire il messaggio, sicuramente scritto dal ragazzo sordomuto, nella lingua dei segni o forse in “sordomutese”, come, scherzando, l’Impresario chiama questa specie di geroglifico.
Secondo lo Storico, il messaggio è: al Cimitero i due coniugi si sono separati; lei è andata verso Armedola, per vedere il mulino; lui, invece, si è diretto verso Barche, al punto di ristoro.
Secondo l’Ingegnere, invece, il biglietto significa semplicemente che alla vista del Cimitero si deve “fare le corna” e che di fronte alla morte le donne reagiscono andando in chiesa, pregando, perché considerano la vita come una ruota che gira; gli uomini, invece, preferiscono non pensare a questi eventi e si distraggono andando in crociera, divertendosi, bevendo e mangiando.
“No, no! – dice l’Impresario – si tratta di uno sfogo della moglie del Professore, perché il biglietto è chiarissimo; lo so, perché in ufficio ho un geometra che, invece di lavorare, non fa altro che fare disegni come questi. Il testo dice: creperete tutti e quattro (meno male che ha risparmiato il ragazzino, penso io!), brutti cornuti; è troppo comodo mandare la donna verso Armedola per fare le foto al mulino, mentre voi, maschi, ve ne andate tranquilli a passeggio a Barche, dove vi attende un caldo ristoro”.
“Par mi – interviene Bepi – le robe le xe diverse. De fronte a la morte e ae crose de ‘a vita xe inutie fare i corni, parchè, prima o dopo, tuti se more; aeora, cosa ghe xe servio, a ‘sta femena, dire che la ‘ndava in ciesa e invesse la ‘ndava dal munaro e a ‘sto omo dire a casa che’l ‘ndava a pescare e invesse el se imbusava so ‘na ostaria?!”.
Capisco che tentare di mettere d’accordo interpretazioni così diverse porterebbe via troppo tempo ed allora propongo di incamminarci per la strada più lunga, passando per Armedola, Lanzè, il Vaticano e Barche, camminando però velocemente, in modo da raggiungere il trio di testa e dare contemporaneamente all’Ingegnere la possibilità di vedere i salti d’acqua che a lui interessano particolarmente.
Tu, caro lettore, puoi trovare la descrizione del tratto di tragitto fino al centro di Barche nel Percorso N° 1 del Fascicolo Speciale de “Il Guado”, stampato nel Giugno 2005.
Se non l’hai ricevuto, telefona al n° 049 9455- 370 della Pro Loco: forse ne è rimasta qualche copia.
Tornando alla nostra passeggiata, arrivati a Villa Zilio, ad Armedola, facciamo vedere al nostro amico appassionato di idraulica dov’era posizionata la centralina che, sul lato ovest della dimora patrizia, in passato produceva corrente elettrica, utilizzando una semplice turbina azionata dall’acqua dell’Armedola.
Più avanti, gli facciamo fotografare il salto d’acqua che in passato serviva al funzionamento della segheria Zanoni.
Il cielo, nel frattempo, si è schiarito ed un pallido sole trasforma in paciarea il fondo della stradina che ci porta al mulino di Farina, a Lanzè.
Superato il Vaticano, senza neppure fermarci al punto di ristoro (abbiamo fretta di raggiungere il gruppetto di testa), camminiamo lungo rogge e fossati (la Matarea, la Ceresina, la Puina) e l’Ingegnere ci confida: “Ho l’impressione che i vostri corsi d’acqua abbiano uno sviluppo maggiore che tutti i canali di Venezia messi insieme. Mi è stato riferito che nel solo territorio di San Pietro in Gu raggiungono la lunghezza di 127 Km.!”.
Interviene l’Impresario: “Vi immaginate che affare sarebbe se qui, in riva a tutti questi ruscelli, ricostruissimo Venezia sulla terraferma, prima che sprofondi nella Laguna? Pensate, non occorrerebbe neanche spendere 10.000 miliardi di vecchie Lire per il “Mosè”, la diga gonfiabile.
E, inoltre, acqua limpida, corrente, sorgiva, invece di quell’autentico liquame che ristagna nei canali!”.
Lo Storico: “Mancherebbe, in ogni caso, il Canal Grande!”.
L’Impresario: “Semplice, basta interrare in un tunnel, alla profondità di 20 metri, ferrovia e strada statale, e sopra si fa scorrere l’acqua del Tesina e del Brenta. La Basilica di San Marco dovrebbe sorgere proprio in riva all’attuale laghetto…”.
L’Ingegnere: “Per fare un’operazione del genere occorrerebbero tempi biblici ed una montagna di soldi…”.
L’Impresario: “Anche questo si può facilmente risolvere…basta convincere Berlusconi a vendere Mediaset e a investire qui il ricavato. Lui otterrebbe due piccioni con una fava: non lo potrebbero più accusare per il conflitto di interessi e balzerebbe, d’un sol colpo, in testa alla classifica dei filantropi, dei benefattori dell’umanità, davanti a Bill Gates e a Soros”.
Bepi: “A go capio..., ma dopo come lo ciamaremo ‘sto paese?”.
L’Impresario:…”San Pietro in…Venezia,…così risolverete anche il problema rappresentato da quel “in Gu’”, che qualche malizioso storpia “in Cu’”, con grande scandalo per tutti”.
A questo punto il bambino, che sembrava non avere seguito la strana conversazione, fa presente la sua preoccupazione: “…E il giornalino “Il Guado…?”.
L’Impresario: “Questo è il problema più grosso, al quale non avevo pensato. Mi sa che bisognerà cambiare anche quello…Che ne diresti, se lo chiamassimo “La Laguna?”.
Intanto siamo passati davanti, senza degnarla neppure di uno sguardo, alla vecchia costruzione (ex Casa Cortese), dove una volta c’era un bel salto d’acqua a servizio di una “pila” per la pulitura del riso, e siamo in vista del posto di ristoro di Barche.
Lì una piccola folla fa ressa attorno ad un tavolino, dove i guadensi appongono la loro firma su un foglio, in corrispondenza della Contrada di appartenenza, e contemporaneamente ammirano tre stupendi esemplari di “fauna umana” locale.
In mezzo alla piccola folla c’è anche un tipo che sventola la bandiera del Palio, forse un sosia del Professore, tanto, visto di spalle, gli assomiglia.
Noi decidiamo di andare “dritti alla meta”, e di fare un bello spuntino alla fine del percorso: solo il ragazzino si fa dare una brioche, che poi mangia strada facendo, mentre i nostri stomaci cominciano a soffrire dei crampi della fame.
Superiamo gli edifici delle vecchie Scuole Elementari, il Capitello e la casa che una volta era la osteria della “Nineta”.
Alla curva di Barche c’era, in passato, un mulino, e a Ca’ Biasia producevano corrente con una piccola centralina idraulica.
Chissà se la moglie del Professore sarà andata anche là, a fare almeno una foto?
Il territorio del Formigaro ci sembra particolarmente acquitrinoso, attraversato dal Ceresone, rimasuglio dell’antico ramo del Brenta, che qui, ad ogni “pissada de can”, inondava la campagna circostante.
Superiamo vari gruppetti che camminano normalmente e, prima di arrivare alla località detta “Montagnola”, raggiungiamo la moglie del Professore, sola, perché il ragazzo sordomuto è stato raggiunto al Formigaro da parenti, per una festa in famiglia.
E così abbiamo perso l’occasione per tentare di chiarire il rebus del disegnino.
“Ma dov’è il marito?”, chiediamo subito alla signora.
La moglie del Professore: “Ma come!? Vi aspettava al posto di ristoro!”
Bepi: “Porca vaca, lo gavemo visto de spae e scambià pa’ on altro; semo proprio dei ‘pissainpressa’. E ‘desso?”.
La moglie del Professore: “Non vi preoccupate, quello troverà di sicuro il modo di raggiungerci senza correre ed anche evitando la fatica!”.
Nipotino di Bepi: “Dov’è la Montagnola, che qui è tutto piano?!”.
Bepi: “Giulio Scaliera, insieme co’ Emiliano Sovilla, la ga portà in Brenta col camion, a Camassoe. Distirando ‘a tera, ‘i ga fato ‘na campagna pa’ i Basso”.
Nipotino: “Con il camion hanno portato via una montagna?”
Bepi: “Beh, no la jera proprio ‘na montagna ma ‘na montagnoea, che ciapava lo spassio de quasi on campo. I barchesani i ghe vegnea a fare Pasqueta, portandose drio ‘na fugassa e qualche ovo coto e i tusi de ‘a scoea de Barche i vegnea in passegiata de classe, insieme col maestro Boroso. Qualche volta, i tusi pì grandi i fasea a bote con qualche banda rivae, de Grantorto o Carmignan, parchè i primi che rivava sul posto i pretendea de difenderla, come se ‘a fusse ‘na fortessa. Queo che non go mai capio xe cossa che ‘a fasesse ‘na montagna de tera in ‘sto posto qua!”.
Lo Storico, estraendo un’antica mappa dal suo zainetto: “La spiegazione più probabile è che siano stati i ricchi proprietari di questi terreni, i Signori Malfatti, i Grimani, gli Strozzi, all’inizio del 1700, a far ammucchiare la terra in un unico punto per ricavare tutto attorno delle risaie. La mappa mostra, infatti, che vicino a quella signorile casa che vedete c’era una pila per il riso, ora demolita, ed un poco più a sud anche una peschiera.

Bepi: “Mi a go sempre sentio dire dai veci del posto che ‘a montagnoea la jera sta’ fata ne l’ano de ‘a fame, portando ‘a tera co ‘e carioe,tanto aeora i poareti te ‘i pagavi co’ ‘na feta de poenta”.
Lo Storico, mostrando un’altra mappa, elaborata dagli Austriaci nel 1804, indica altri mulini e pile situati in zona, specialmente lungo il corso del Ceresone.
Riprendiamo il cammino per capezzagne fangose, cercando di evitare le pozzanghere più grandi.
Un gregge di pecore sta pascolando e dà all’ambiente una connotazione natalizia.
Superata la zona “Colombare”, arriviamo alla “Rabessa” e poi alla costruzione che una volta ospitava il mulino di Meneghetti Umberto.
Vicino all’antico scivolo dell’acqua, seduto, con le gambe penzoloni sopra il fosso, c’è il Professore che sta aspettando, ma anche finendo di mangiare.
Ci saluta raccogliendo in un cartoccio i resti dell’ultima delle zampe di gallina bollite (dicono che ne sia ghiotto), che una signora di Barche gli ha procurato.
Dopo essersi bevuto un bel bicchierone di Merlot locale, si pulisce le mani con una salvietta e ci dice:
“Ero preoccupato per il vostro ritardo e, per il nervosismo, mi sono mangiato (gli sfugge un garbato ruttino) le zampe di gallina che mi avevano dato per voi, anche perché – aggiunge – si devono assolutamente mangiare calde”.
“Brutto porco – penso io – hai mangiato per otto!”.
Il Professore: “Finchè aspettavo, ho esaminato queste pietre lavorate a mano, dove c’erano le paratie ed ho scoperto che risalgono alla prima metà del 1700. Non si può sapere esattamente l’anno in cui sono state poste, perché l’ultima cifra è scomparsa insieme con il pezzo di pietra dov’era scolpita”.
L’Ingegnere: “Questo sarebbe il posto ideale per una centralina elettrica azionata da una turbina o dalle pale di una ruota da mulino!”.
Bepi: “Quando che jero picoeo, me piaseva vegnere dal munaro e vedare ‘a farina che vegneva fora da un tubo e ‘a semoea da ‘n’altro, e tute quee senge che se caressava una co’ l’altra e che insieme ‘e faseva funsionare ‘e masene”.
Allunghiamo di nuovo il passo, a gruppo finalmente compatto, prima in direzione di Barche e poi del cavalcavia e di Via Ceresone.
Un’altra piccola sosta in Via Zanchetta ed una fugace visita del sito dove c’era l’altro mulino, di Meneghetti Angelo, anche questo demolito!
Ingegnere: “Quest’acqua così abbondante, che fa un salto di oltre un metro, è una risorsa preziosa che non andrebbe sprecata così”.

La mappa austriaca del nostro Storico indica questo come “Mulino Capra” e la pila che si trova presso la Famiglia Toniato pure come “Pila Capra”.
L’importante presenza di questa nobile famiglia vicentina viene quindi confermata in tutta la zona.
Il Professore ci vuole far vedere il “Castellaro”, e lo raggiungiamo camminando rapidamente fino a Villa Casarotto, senza fermarci neppure un attimo all’ultimo punto di ristoro.
(“Maledetto intellettuale!: lui ha mangiato, ma noi no!).
Il nipotino di Bepi: “Dov’è il castello? Io vedo solo una casa vecchia, con il tetto crollato!”.
Il padrone di casa, il Sig. Severino Carli, ci spiega che sul lato est della vecchia costruzione ha trovato delle fondazioni disposte come in un cerchio, forse “’na giassara”, dice lui.
Lo Storico: “Non dovete essere delusi, anche se effettivamente è rimasto molto poco dell’antica fortificazione, perché probabilmente il materiale è stato asportato e riutilizzato per costruire case nei dintorni. Notate, il luogo è sopraelevato rispetto alla campagna circostante, circondato da tracce di un fossato e, sicuramente, scavando sistematicamente, si troverebbero reperti che potrebbero far luce sull’origine e l’utilizzo del sito”.
Bepi, sottovoce: “Par mi, ‘sto qua laora de fantasia”.
Poiché ci siamo vicini, la moglie del Professore vuole farci vedere anche il mulino di Via Sega.
La scena che si presenta ai nostri occhi è veramente suggestiva.
Il nipotino di Bepi: “Questo sì che è bello. Questo mulino c’è anche nello stemma della Pro Loco!”.
Il Sig. Pesavento, padrone dell’immobile, ci spiega che ha già riparato una ruota del mulino e che ha intenzione di ripristinare anche l’altra, attualmente disastrata.
Certo che a voler fare una marcia, e nello stesso tempo i turisti, si rischia di non far bene né l’una né l’altra cosa! Non ho ancora capito chi abbia avuto la bella idea di percorrere tutti i 20 Km della marcia!
Mentre percorriamo Via Vetriani e Via Postumia Vecchia sento le budella che mi ballano e brontolano in pancia, ma non dico niente, per rispetto verso gli ospiti, che si mostrano interessati a tutto, alla maestosa quercia di Via Postumia, alle piante da frutto di Lino Basso, che lui coltiva con tanta passione e competenza.
Arrivati in fondo al grande rettilineo tracciato dai Romani, Bepi ci vuole mostrare qualcosa e, invece di girare a sinistra, ci conduce sul ponte sopra l’Uselino, il corso d’acqua che scende da Pozzoleone e che poi attraversa Armedola, prendendone anche il nome.
Arrivati sopra il manufatto, dice al nipotino: “Lesi ‘a data”.
Il nipotino: “10 maggio 1985”.
Bepi: “Eh si, quea xe ‘a data de nascita del ponte de cemento…e quea de ‘a morte del guado! Parchè qua ‘na volta ghe jera el pi’ belguado de tuta ‘a zona; e i tosatei se godea a tirare ‘e scheje de sasso e a farle saltare sora l’acqua”.
Poi ci accompagna 50 metri oltre il fiumiciattolo, ci fa ammirare la campagna, ci fa notare gli alti pioppi che, disposti in siepi, si frappongono fra noi e la semicorona di montagne ricoperte di neve.
E’ uno spettacolo raro: solo in lontananza s’intravvede qualche costruzione verso ovest, mentre, se si dirige lo sguardo verso nord, si vedono solo prati ben tenuti, circondati da siepi maestose.
Lo Storico: “Interessante! Questa campagna e queste siepi mi fanno tanto ricordare i “campi chiusi” di stile inglese.
Bepi: “Pecà che qua i voja fare ‘na strada par colegare ‘a Bassanese col Ciò e ‘a Statae!”.
L’Impresario: “Buono a sapersi, di sicuro questi terreni diventeranno edificabili e…”.
Bepi: “Se ti te vui ciapare pa’ ’l cueo ‘a gente, te sbagli! Ma se te credi de vegnere a fare qua ‘a “Nova Mestre”, mi te digo che xe mejo che te te dismenteghi anca ‘a “Nova Venessia!”.
La conversazione ha preso una brutta piega, ma per fortuna, prendendo lo spunto dal sole, che proprio ora si affaccia da una nuvola, interviene il Professore che, indicandoci la casa a noi più vicina, dall’attuale proprietario battezzata “Ca’ Postumia”, ci dice che lì è nato ed è vissuto a lungo un suo collega, professore di Scienze e Matematica. Ebbene, questo professore, ci confida, dopo essersi trasferito altrove, era talmente nostalgico del sole sperimentato in questo paesaggio, da dedicargli dei versi, che ci recita e commenta, mentre percorriamo la strada (Via Levà e Via Garibaldi) verso il punto di arrivo finale.
El Sole
De matina
el se sveija
dugando
co ‘e rame
de on moraro,
la sera
el se buta
come na gainassa
drento ‘e siese
de ‘a Golina.
In primavera
el ghe fa
‘e gatarissoe
a ‘e vioete,
ai bruscandoi
e a ‘e sesile,
ciapando
a s-ciafuni
i buti de i salgàri.
De istà
el martureda
‘a tera,
che inviperia
‘a me sbrega
‘e caice
e i calcagni.
De autuno
el fa scapare
‘a nibia da i fossi,
slongandola
come na donola
zo pa’ e caredà
e ‘e caveagne.
De inverno
el sega
‘a brosema
co l’ombria
de i albari.
Adesso
el lassa
‘l me core
come na strada
piena de somense.
(Dalla raccolta di poesie “’A Stropa” di Giuseppe Pettenuzzo, 1998)
I versi sono scesi come un balsamo sulle ferite, facendo volatizzare anche il ricordo della polemica tra Bepi e l’Impresario.
La moglie del Professore se li fa recitare di nuovo e le immagini evocate ci accompagnano fino alla palestra, dove giungiamo ben oltre il tempo massimo previsto.
Abbiamo una gran fame, ma i panini sono finiti.
Gli organizzatori, capeggiati da Luca e Danilo Bredo, si congratulano con noi e specialmente con il nipotino di Bepi, al quale Danilo consegna l’ultimo esemplare di pane e salame.
Danilo Bredo: “La marcia è stata un vero successo. Hanno marciato quasi 1500 persone. Ci dispiace che non ci sia più niente da mangiare; vorrà dire che l’anno prossimo vi spetterà una doppia razione!”.
Il Professore: “Non preoccuparti, Danilo, perché la Maria Trevisan ci ha dato ‘sate de gaina’ in quantità!”.
Noi tacciamo, beviamo un bicchiere d’acqua, che scende lungo le budella senza incontrare ostacoli e, mentre ci avviamo alle auto, scopriamo che il fango schizzato dai nostri talloni arriva fino a metà schiena di ognuno di noi.
Immaginiamo già che la suppa ce la darà nostra moglie, vedendoci arrivare a casa dopo le 14, affamati come lupi e onti come luje!.
