La sesoea, la trebia e la "dolce" Maria

Dal diario di Martino (scritto, si presume, negli anni ’50) a cura di Piersilvio Brotto
3 Luglio
Caro Diario,
ho osservato a lungo, nel mese di maggio, il frumento prima crescere di stelo, poi ingrossarsi all’estremità superiore. Infine, quasi d’improvviso, da quella tumefazione, da quel gozzo, è fuoriuscita una spiga verde, dapprima vuota, leggera, poi sempre più pesante, con tanti semi pieni di bianco lattice. In giugno il grano, prima verde scuro, ha cominciato a impallidire e infine a ingiallire, mentre qua e là nel campo comparivano radi fiordalisi e numerosi papaveri rossi.
La brezza mattutina faceva ondeggiare le spighe ormai pesanti e talvolta, toccandosi le une con le altre, il silenzio della campagna lasciava il posto a uno stormire lieve e carezzevole. Una settimana fa il cielo, bello turchino al mattino, ha lasciato il posto, nel pomeriggio, a delle nuvole che crescevano come la panna montata, sbucando da dietro le montagne.
Dietro le “bianche spumiglie” si sono presentate poi nuvole sempre più scure, grigiastre, bluastre e nerastre.
Erano le tre del pomeriggio quando hanno coperto tutto il cielo sopra di noi, accavallandosi le une alle altre, mentre un vento impetuoso ha cominciato a soffiare e ad agitare i rami degli alberi.
Il campo di frumento sembrava un mare in tempesta: il vento arrivava a raffiche, che colpivano i poveri steli come tante frustate. Dei goccioloni hanno cominciato a cadere nella corte, sollevando dapprima un po’ di polvere, poi spargendo nell’aria un odore particolare, quello della pioggia.
Qualche chicco di grandine ha cominciato a rimbalzare sopra il carro abbandonato in mezzo all’aia, schizzando talvolta fino ad arrivare sotto il portico, dove stavano, con gli occhi smarriti e increduli, il papà e nonno Francesco.
Poi la grandine ha cominciato a picchiare come tanti sassi scagliati sulle lamiere del pollaio, mentre lampi , tuoni e fulmini squarciavano il cielo: sembrava che mille vetrate fossero andate in frantumi e che tutte le schegge di vetro precipitassero sulla nostra povera casa. Il tempo era come sospeso e mentre il nonno mormorava un ”questo xe par i nostri meriti”, il papà ha preso una forca e un rastrello e li ha posati, a formare una croce, in mezzo al cortile.
Dopo di ciò il Signore ha voluto che l’uragano passasse oltre e andasse a “sbrocarse in Brenta”.
Poco dopo è tornato a splendere il sole, mentre a oriente è comparso un grande arcobaleno. Allora siamo andati per i campi , a constatare i danni: le spighe mature erano state talvolta colpite dai chicchi di grandine e qua e là gli steli si erano piegati in due. In vaste zone del campo il grano era sdraiato su un fianco, come fosse stanco e volesse riposare. Nonno e papà hanno sentenziato che occorreva agire al più presto, per evitare che le spighe per terra cominciassero a germogliare.
Il mattino dopo, di buon’ora, una squadra numerosa, formata anche dai vicini di casa , era al lavoro, armata di “sesoe, strope e ligassi”. I mietitori hanno cominciato il lavoro dalle zone dove gli steli del grano erano stati fiaccati dal vento e poi hanno”fatto le strade” tutto attorno al campo, per preparare l’intervento della falciatrice meccanica.
Verso le nove del mattino la mamma mi ha mandato a portare la colazione: pane, sopressa, formaggio tenero, acqua e vin clinto.
Quando sono arrivato sul posto, ho visto che le ragazze stavano davanti, curve, con il falcetto in una mano, e il manipolo di spighe nell’altra. Procedevano velocemente, chiacchierando allegramente tra loro. Dietro di loro c’erano mio padre, Toni e suo figlio Marco: con “strope de salgaro” legavano le “faje”, avendo cura che pochi chicchi cadessero per terra. Dietro di tutti veniva nonna Lida, la quale, con la corona del rosario nella sinistra, tra un Padre Nostro e un’Ave Maria, con la destra raccoglieva le rare spighe sfuggite agli altri, perché, diceva, “el Signore, chea volta, xe dismontà da cavaeo par tor su ‘na fregoea de pan”.
Al mio arrivo sono stati tutti contenti e hanno fatto una breve pausa, seduti sotto la “piantà dei morari”.
Alla fine ho raccolto nella sporta il poco pane rimasto e stavo per ripartire, quando ho sentito Marco dire: ”Mi me piase tanto sesoeare, anca parchè, co’ tute ‘ste tose curvà in avanti, me par sempre de vedare le gondoe e anca Venessia”.
Allora è intervenuto suo padre Toni che, allungandogli “on sotocopa”, gli ha detto:”che no’ te senta pì fare ‘sti discorsi, bruto vilan, sopratuto quando che ghe xe on toseto che te sente!” Mio padre , a sua volta, ha tagliato corto con
me, dicendomi:”movate, curi casa, ostrega, che qua se fa tardi”.
A me, di vedere Venezia, non importava proprio niente, anche perché ci sono stato un mese fa, in treno , con il maestro e tutta la classe. E’ stata la prima volta che ho visto il mare! In Piazza San Marco ci siamo fatti anche le foto, con i colombi in mano.
Prima di allora in treno ero andato solo a Vicenza, l’otto settembre dell’anno scorso, con tutta la famiglia, per la festa della Madonna di Monte Berico. La mamma aveva portato, in una sporta, il dolce che piace a me, “el pan dei angei” e due bottiglie di cioccolata, fatta con il latte delle nostre mucche e non con l’acqua della pompa. Mentre facevamo colazione, sul muretto lungo la salita, di fronte ai portici, mia sorella Lucia continuava a brontolare, perché si vergognava che mangiassimo così, come dei “pelegrini”.
Ieri è stato il giorno della “trebia”.
In cortile c’era un gran via vai, una confusione di gente accaldata, ma allegra, il rumore del trattore, della trebbia…
C’era chi stava sopra, a imboccare la “trebia”con le “faje”; Toni era con la forca sulla “pigna”, cioè la catasta delle “faje”, il papà dietro la trebbia, a controllare che il grano non uscisse dalla “misura”. Quando quella era piena, lo metteva in un sacco e lo portava in granaio. Marco e la Maria erano addetti alla paglia e “ai spigassi”.
Nonno Francesco avrebbe dovuto, a causa della sua bronchite asmatica, stare lontano dalla trebbia, ma io l’ho visto avvicinarsi al papà, immergere la mano nella “misura” e poi mettere in bocca alcuni chicchi di grano appena trebbiato e infine fare un cenno di soddisfazione con il capo.
Attorno alla trebbia, in effetti, c’era molta polvere, mentre il sole alto nel cielo picchiava forte più che mai. Allora la nonna mi ha incaricato di portare da bere a tutti, una caraffa di acqua e limone, “parchè cussita i manda xo ‘a polvare”.
Per ultimi sono andato a servire Marco e la Maria, addetti alla paglia e “ai spigassi”.
Maria è una ragazza vicina di casa, con i capelli castani, ricci, due occhi scuri e una bocca color fragola, a forma di cuore. A me è sempre piaciuta e fino a ieri è stata la mia fidanzata segreta, cioè, lei non lo sapeva, ma io la amavo. A volte mi è capitato anche di sognarla e spesso fantasticavo che lei aspettasse a trovarsi un fidanzato, in attesa che io crescessi. Una volta, però, mi sono spazientito, per il fatto che lei quasi non mi notava e, assicuratomi che tra noi due ci fosse almeno un fosso di mezzo, l’ho così affrontata:

“Ciao, Maria,
co’ ‘a pansa discusia,
co’ ‘e tete de veudo,
Maria, te saeudo”.
Se avevo sperato di risultarle simpatico, il tentativo si era rivelato maldestro, perché lei aveva reagito, sì, ma minacciando di dire tutto a mia madre.
Per portare da bere a lei e a Marco, mi sono avvicinato alla trebbia dalla parte posteriore e ho notato che la paglia si stava accumulando in grande quantità, in disordine; preoccupato, sono andato, con la caraffa in mano, dietro la “pajara” … che ho visto? La Maria e Marco erano distesi sulla paglia, forse abbracciati: ridevano felici, quando sono arrivato io. Allora non ci ho più visto e ho scaraventato tutta l’acqua della caraffa sulla camicetta della traditrice, proprio nel posto che mi fa fare talvolta “pensieri cattivi”.
Stavo per scappare via, ma lei si è alzata di scatto e mi ha preso per i polsi, stringendomeli fino a farmi male. Pensavo si fosse arrabbiata perché l’avevo tutta bagnata, ma invece lei, con voce cattiva, mi ha detto: “giura di non dire niente a nessuno di quello che hai visto!”
Io volevo scappare, non giurare.
- “Prometo che…”
- “No, giura, …sennò…”
I polsi mi facevano un male tremendo e anche Marco, quell’antipatico, con quel suo mento quadrato e quelle manone che sembrano tenaglie, si era alzato e aveva smesso di ridere!
- “Pro…Ahi!...Lo giuro!”.
Allora lei ha lasciato la presa e io sono scappato via, lasciando cadere caraffa e bicchiere in mezzo alla paglia.
Sono rientrato in casa dalla porta di dietro, senza farmi notare, ho salito le scale e mi sono infilato sotto il mio letto, facendo attenzione a non urtare il vaso da notte di ferro smaltato. Lì sono rimasto, a piangere e a ripensare al torto subito, per non so quanto tempo.
A un certo punto si è affacciata nella stanza semibuia mia sorella Lucia, la quale, dopo aver dato una rapida occhiata sopra il letto, ha riferito ad alta voce, a qualcuno al piano di sotto, un “qua no’l ghe xé”.
Allora ho capito che era ora di farmi vedere da qualche parte: sono sceso, quatto quatto, e mi sono diretto con noncuranza nel tinello, dove la nonna si ritira spesso a recitare le sue preghiere per i “cari morti”. Lei era là, con la corona in mano, e quando mi ha visto entrare, con gli occhi arrossati e il volto segnato dalla sofferenza, ha esclamato: “Misericordia, cossa gheto Martin?”
Senza neanche aspettare risposta, ha chiamato la mamma: “Teresa, Teresa, el picoeo se ga ciapà ‘na inciocada, ‘na insoeassion… portame de l’acqua freda…e demoghe subito ‘na purga, che cussita el se sora xò”.
L’acqua fresca non mi dispiaceva, ma anche solo l’idea dell’olio di ricino mi faceva quasi vomitare.
Non c’è stata via di scampo: in pochi minuti ero bello che sistemato: a letto, con una buccia di limone fra i denti per ridurre il sapore nauseabondo dell’olio di ricino, il termometro infilato sotto il braccio, una benda bagnata posata sulla fronte e…il vaso da notte pronto per l’uso sotto il letto!
Se devo essere sincero, caro Diario, quella di ieri, per come si è conclusa, è stata proprio una giornata di m…!
