La BEFANA me gà cojonà, i grandi me gà copà el MAS’CIO, ma la MARIA se xé ricordà…

(scritto, si presume, negli anni ’50) a cura di Piersilvio Brotto

Santa Pasqua

Caro Diario,
finalmente mi sento sollevato da un peso che mi ha reso triste per mesi.

Ieri era il Venerdì Santo e sono andato a confessarmi. Davanti al confessionale di Don Aldo c’era una fila lunghissima di bambini e adulti. Il cappellano prima ha confessato i giovani e poi gli anziani.

Prima di mettermi in fila, sono rimasto a lungo davanti al Sacro Sepolcro a guardare le ferite di Gesù e a fare l’esame di coscienza: ho deciso di confessare nuovamente il mio peccato più grosso, che riguarda ben quattro comandamenti, il quarto, il sesto, l’ottavo e il nono.

 

 

Immagine1Quando ho raccontato a don Aldo tutto quello che avevo fatto, per filo e per segno, avevo le orecchie calde, rosse, come quando provo una grande vergogna. Lui mi ha detto di non pensarci più, e qualche volta mi ha anche sorriso. Alla fine ha detto di andare in pace e io sono uscito con il cuore leggero e sereno.

A metà della fila che aspettava di confessarsi c’era anche Menego, il vicino di casa e, verso la fine della “coa”, mio papà.

Alla sera ho partecipato alla processione: il percorso attorno alla piazza era tutto illuminato da lumicini rossi e davanti alla macelleria “Fiore” c’era un grande uovo di Pasqua sul quale erano disposti due agnellini uccisi.

A me non piace vedere morire gli animali che ci vivono accanto, anche se la loro carne è buona. Ma ora ti voglio raccontare perché ho passato un periodo molto triste.

Tutto è cominciato la vigilia della Befana. Mia sorella Lucia, da una settimana non faceva altro che ripetermi, in modo ossessivo, questa cantilena:

“la Befana vien de note
co’ ‘e scarpe tute rote
co’ i vestiti a la romana…
la Befana xé me mama!”

Ormai anch’io non ci credo più alla Befana, che scende dal camino con giocattoli e dolciumi. A scuola però, quando il maestro ha voluto capire quanti credono a questa bella favola, io ho alzato la mano, nella speranza di vedere ancora la mia calza appesa al camino piena di “robe bone”. Che emozione scendere le scale, accendere la luce e vedere la calza strapiena pendere dalla nappa del camino e poi infilare le mani e indovinare, prima ancora di estrarre, se si tratta di “bajiji”, “stracaganasse”, “carobe”, caramelle, mandarini ricoperti di carta preziosa…

Queste cose a casa mia arrivano solo all’Epifania e io cerco di farle durare il più a lungo possibile. Allora, ti dicevo che mia sorella non aveva fatto altro che sfatare la storia della Befana, forse perché a lei ormai non porta più nulla, da qualche anno. Io, invece, mostravo apertamente di credere che la Befana doveva arrivare, come al solito.

La sera avevamo cenato presto e io ero in stalla con nonno Francesco e nonna Lida, intenti, lei a rammendare e lui a fare una scopa di saggina.

Sotto il portico avevo messo, come ogni anno, un mucchietto di fieno e un secchio d’acqua per l’asino della Befana, nell’intento di manifestare le mie perduranti convinzioni.

Quella sera non c’era filò e le mucche se ne stavano tranquillamente sdraiate a ruminare. Io le osservavo e mi piaceva contare quante volte di seguito muovevano la mandibola prima di arrestarsi. Allora un altro bolo risaliva dallo stomaco e ripartiva l’operazione della macinazione.

Ero intento a contare i ruminii della Cerva, quando sento bussare alla porta della stalla. Guardo da quella parte, ma nessuno entra. Dopo un po’ qualcuno bussa di nuovo, più forte di prima.

Il nonno mi dice:”Martino, vèrdi tì, ‘chè mi a gò da fare”.

Come apro la porta, una folata di aria fredda e umida, a forma di nebbia, entra nella stalla, ma nessuno entra. Allora faccio per controllare se c’è qualcuno fuori, e mi trovo davanti una specie di mostro: una vecchia, gobba, con un sacco sulle spalle e uno scialle nero che le scende dalla testa e le lascia scoperto solo una parte del viso.

Arretro, gridando di spavento: sulla faccia, tutta sporca di caligine, risaltano dei denti giallastri, irregolari. Con la mano sinistra si tiene lo scialle e con la destra si sostiene su un nodoso bastone.

Lei avanza verso di me, farfugliando non so che, e minacciandomi con il bastone; io cerco di ripararmi dietro i nonni, seduti al centro dell’ ”andio”, sotto la fioca luce, ma lei m’insegue senza tregua. Io grido di spavento, mentre lei zoppicando mi rincorre anche nella stanza accanto alla stalla e poi in cucina, dove Lucia sta lavando i piatti nel “seciaro”.

Li ci sono anche la mamma, che sta preparando la siringa e il papà, che è in attesa della puntura per la bronchite: nessuno mi difende, mentre io sto morendo dallo spavento.

Meno male che la tavola è lunga e larga e così non vengo raggiunto.

Alla fine quella brutta strega desiste e se ne va sbattendo la porta della stalla. Io mi affretto a chiuderla con il catenaccio e, con le gambe che ancora mi tremano, guardo il nonno, il quale, tranquillo, mi fa: “Xé mejo, Martin, se te ve suìto in leto, parchè la me xé sembrà tanto ‘rabià!”.

Non me lo faccio ripetere, e senza cercare solidarietà salgo le scale e mi infilo sotto le coperte, nascondendo anche la testa.

Meno male che la mattina dopo, accanto alla solita calza, trovo un paio di stivali di gomma neri, che sognavo da tanto tempo. Me li infilo subito, e, tutto orgoglioso, li vado a esibire anche dai vicini di casa.

Quando arrivo sotto il loro portico, gettati sopra un mucchio di fieno, vedo lo scialle nero, il bastone nodoso, un sacco di juta pieno di cartocci di granoturco e una dentiera orrenda fatta con un patata gialla!

Non entro neppure nella stalla, e tornandomene a casa, mi sento più umiliato che mai, perché capisco che a prendersi gioco di me è stata la Maria,… il mio amore segreto.

Ne sono sicuro, perché suoi erano i ricci neri, che per un attimo erano sfuggiti al fazzoletto, la sera prima.

La rivedo il giorno dopo, mentre fa legna lungo la siepe che divide i nostri campi. Mi avvicino canticchiando:

“A casa mia
xé ‘rivà la stria;
co’ ‘na calsa discusia
la xé proprio la Maria!”

Lei fa finta di niente, ma io insisto tanto che lei si stufa e alla fine sbotta: ”La vidito sta vis’cia?! Te vedarè che prima o dopo te me ‘a paghi!

Canticchiando, come sono arrivato, così mi allontano, parzialmente soddisfatto di essermi vendicato dell’umiliazione subita. Ma, come dice il proverbio,”no’ iera gnancora sera!”.

Alla metà di gennaio, in un giorno che ero a casa da scuola, perché avevo un po’ di febbre, hanno ucciso il maiale.

Era mattina e ancora buio, quando è arrivato Gino, il “massoin”, con la sporta piena di ferri e coltelli. In mezzo alla corte era stata scaldata fino a bollire, con le fascine de “visea”, una “caliera” di acqua. Sotto il portico era stato predisposto un tavolato di legno, posato sopra quattro blocchi di cemento. Poi sono arrivati anche i vicini di casa, Toni, Luca e Menego.

Io ho seguito lo svolgersi dei fatti dal fienile, dove mi ero ritirato un po’ per paura e un po’ per protesta. Sì , per protesta, perché io non volevo che uccidessero il mio maialino, nato un anno fa, e che io avevo visto crescere.

Lui era il più piccolo dei suoi 13 fratellini, e quando mamma scrofa li allattava, io lo aiutavo a difendere la sua mammella, il posto dove succhiare il latte, perché altrimenti gli altri più forti non lo lasciavano mangiare.

Quando il papà aveva venduto gli altri maialini, il negoziante non aveva voluto il più piccolo, che io ho chiamato Lino, perché abbreviazione di porcellino. Quando tornavo da scuola, spesso lo portavo a pascolare in mezzo al prato o lungo la recinzione dell’orto, e mi piaceva procurargli dell’erba tenera, e osservarlo mentre grufolava nelle pozzanghere.

Il suo colore era un bel rosa, e aveva delle setole bianchissime. Se era in salute, la sua coda era arricciata, come la punta di un cavatappi.

Quando passavo davanti alla sua stalla, per andare al cesso, lui metteva le zampe anteriori sul muretto e grugniva per salutarmi. Il papà e il nonno, invece, erano interessati solo al suo peso e non li ho mai sentiti parlargli un po’.

Ieri, in tre sono entrati nella sua stalla per ucciderlo. Forse lui l’ha capito, perché grugniva in modo diverso dal solito, quasi disperato. Gli hanno messo un laccio tra bocca e naso e lo hanno trascinato verso la panca. Io speravo che lui resistesse o che si liberasse e li facesse scappare.

Quando lo hanno disteso sul tavolaccio e ho visto il “massoin” impugnare il coltello, ho chiuso gli occhi,… mi veniva da piangere.

Quando li ho riaperti, il sangue rosso scuro colava dalla ferita alla gola e lui gemeva sempre più piano. Poi lo hanno lavato con l’acqua bollente e “pelato”, ma io non mi sono più fatto vedere fino a quando Gino non lo ha aperto davanti per toglierli le budella.

Prima lo hanno tirato su con la corda, appeso per le gambe posteriori e a testa in giù. Poi Gino gli ha aperto piano piano la pancia e ha raccolto tutto l’intestino in una cesta. A me interessava vedere come era fatto dentro: mentre Gino lavorava, io gli stavo vicino e ora saprei dire esattamente dove e come erano i vari organi.

Immagine2Nel pomeriggio, mentre gli altri tagliavano e trituravano la carne, Gino ha provveduto, in cortile, a lavare e gonfiare la vescica, che serve per metterci lo strutto. Ha svuotato e lavato con cura anche l’intestino.

Solo un pezzo di intestino crasso, pieno di cacca, l’ha buttato da una parte, perché si era rotto e anche il “pissaio”.

Quando è stato il momento di fare gli insaccati, Gino, rivolto al papà, ha detto: ”Maeorsega, Bepi , a gò desmentegà a casa de Menego el stampo pa’ fare ‘a mortandea!" E poi, rivolto a me: ”Martin, va’ da Menego, dighe che te gò mandà mì e te me ‘o porti qua”.

Io non vedevo l’ora di rendermi utile con Gino, che mi aveva mostrato e spiegato molte cose nel pomeriggio e mi sono presentato dai vicini per l’importante incarico. Ho trovato sia Menego che la Maria, la quale si è affrettata a dire: “A ghe penso mì, popà”.

Ho aspettato un bel po’, ma alla fine è arrivata, con un sacco molto pesante, che mi ha messo in spalla, con la raccomandazione di non trascinarlo, perché lo stampo era delicato e costoso! Sono arrivato a casa tutto sudato anche se fuori faceva un freddo cane.

Una risata corale e un “bauco!!!” da parte di mia sorella Lucia hanno accompagnato lo svuotamento del sacco, che conteneva parecchi vecchi mattoni.

Mai mi ero sentito così preso in giro e così umiliato da parte di chi aveva la mia fiducia.

Sono scappato via e mi sono rifugiato in stalla, vicino al vitellino nato la settimana prima.

Rannicchiato sopra un mucchio di paglia, ho pianto e passato in rassegna tutte le bugie che dicono i grandi. Sì, i grandi dicono molte bugie, e si divertono a imbrogliare i piccoli.

Allora mi è venuta un’idea: fare uno scherzo che riportasse le cose in parità.

Ho cercato la sporta della spesa e la carta con la quale il macellaio aveva avvolto la carne comprata il sabato prima e, anche se mi faceva schifo, ho raccolto il pezzo di intestino crasso con la cacca e il “pissaio” buttati per terra in cortile. Li ho avvolti per bene, come fa il macellaio e, approfittando del buio sono andato dai vicini.

La luce della loro cucina era accesa e allora ho bussato sul vetro della finestra.

Ha aperto la moglie di Menego, la Catina. Con lei c’era anche la Maria, che stava preparando la tavola.

Io: “Me mama e meo ‘pà ve ringrassia tanto pa’ ‘l stampo pa’ ‘a mortandea e ve manda questo”.

Catina: “Ma che bel pissiero! Viento drento?” Io: “No, no,… parchè a gò ‘e sgalmare tute onte de paltan!”.

Catina: “Va ben, grassie, seto! Dighe che ‘a sporta ‘a ghe ‘a porto mì”.

Ho aspettato, guardando dal buio senza essere visto, attraverso la finestra, che aprissero il cartoccio posato sopra la tavola ormai imbandita.

Quando ho visto la Catina mettersi la mano sinistra sopra gli occhi e la Maria la destra sopra la bocca, a trattenere un improvviso sforzo di vomito, ho girato l’angolo e sono rientrato a casa in tutta fretta.

Da allora i nostri vicini non si sono più fatti vivi, né al filò, né per altri motivi, fino a stamattina, Sabato Santo, forse per gli effetti di… una buona confessione!

I miei si sono chiesti spesso il motivo di questo assenteismo, e della freddezza nel salutare.

La nonna più volte l’ho vista cercare la sporta, mormorando tra sé: “Indove xea ‘ndà a finire, chea maedeta?!” E io fingevo di non sapere niente.

Finalmente questa mattina Menego ha riportato la sporta, piena di uova sode colorate e un ovetto di Pasqua di cioccolato, per me, da parte della Maria.

La mamma ha prontamente ricambiato, raccogliendo nell’orto i primi asparagi e sistemandoli, come gioielli, in un letto d’insalatina, quella seminata dalla nonna a Santa Polonia.

Menego stava già per ritornare a casa con un cesto di verdura, quando sono arrivato io con dei rametti di pesco, che avevo recuperato in tutta fretta tra le fascine, dietro casa, fioriti nonostante tutto.

Menego: “Anca questi?!

Risposta: “Per Maria, … da parte mia!

 

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