San Martino, nonna Lida e gli ‘spiriti’
(scritto, si presume, negli anni ’50) a cura di Piersilvio Brotto
Caro Diario,
ieri il maestro ci ha raccontato la storia del soldato Martino che divise il suo rosso mantello con un mendicante.
Nel pomeriggio ho avuto la settimanale adunanza in patronato e don Matteo, dopo l’incontro, per festeggiare San Martino, ci ha offerto castagne calde portate dalla mamma di un nostro compagno. Abbiamo riso e scherzato e ci siamo fermati più a lungo del solito.
Quando ho inforcato la bici per tornare a casa, era ormai buio e io ho voluto dimostrare a me stesso che non ho paura di passare da solo, di sera, davanti al cimitero.
Nonna Lida, durante i filò, prima e dopo la festa dei morti del 2 novembre, ci ha raccontato degli ‘spiriti’ che dopo la morte spesso si fanno sentire per chiedere preghiere e suffragi per le loro anime che si trovano in Purgatorio.
Mia sorella Lucia le diceva: ”Nona, contame anca de chea volta che te ghe visto ‘e lucete”.
Allora la nonna ripeteva di nuovo il racconto di quella notte buia, quando, tornando dal filò, aveva notato delle piccole luci che si spostavano nel silenzio più assoluto e che si allontanavano se tentava di avvicinarsi.
La cosa si era ripetuta per diverse sere di seguito, finché lei non si era decisa a far dire una messa. Ma quello che mi ha impressionato di più è il fatto accaduto questa estate, quando è morto zio Giobata, un fratello della nonna.
Anch’io ero andato a recitare il rosario a casa sua, ma non avevo voluto baciarlo, come invece aveva fatto la nonna, prima che chiudessero la bara.
A casa, non riuscivo a dimenticare la scena del morto, con quel velo bianco che lo copriva tutto, forse per tenere lontane le mosche.
La settimana dopo, per due notti di seguito, la porta del nostro granaio ha continuato a sbattere e la nonna ha sentenziato, rivolta verso il nonno: “Checo, bisogna al pì presto far dire ‘e messe gregoriane, parchè el xé Giobata che se fa sentire de note, par domandarme de pregare par eo”.
Io, che avevo sentito il discorso, non ho più voluto andare in granaio a prendere ‘i scataroni’ per accendere il fuoco e, se proprio dovevo andarci, insistevo perché qualcun altro venisse ad aiutarmi. Se ero da solo, non potevo fare a meno di girarmi più volte, mentre scendevo di corsa le scale, per paura che un’ombra mi inseguisse.
Mia sorella Lucia l’aveva capito che avevo paura e allora si divertiva a raccontarmi altre storie, sempre di ‘spiriti’ senza pace.
Il nonno alla fine aveva ceduto alle insistenze della nonna e aveva ordinato ai frati di Monte Berico le trenta messe gregoriane, non senza sottolineare più volte : “ ‘Ste messe qua le me xe costà pì de un vedeo. A jera mejo, par lu e par noaltri, se da vivo el gavesse tirà qualche rasìa de manco”.
Il papà, forse per evitare che lo spirito di zio Giobata ne approfittasse e magari tornasse a chiedere altre messe, aveva tolto la porta dai cardini e l’aveva portata sotto la barchessa.
Saranno state le messe o sarà stato l’intervento radicale del papà, il fatto è che di notte non si è più sentito la porta sbattere o cigolare e la nonna non ha preteso di fare altri salassi al portafogli del nonno.
Io, comunque, in granaio non ho più voluto andarci da solo, ma devo dire che ora ho paura anche del buio della notte.
Ieri sera ho tentato di dimostrare a me stesso proprio il contrario.
Dopo aver salutato don Matteo davanti alla chiesa, per rientrare a casa ho scelto di percorrere la stradina che passa a fianco del cimitero.
Mi dava coraggio il fatto che davanti al cancello del camposanto c’è un lampione che ne illumina l’ingresso. Mentre mi avvicinavo ho pensato bene di recitare delle preghiere per tutti i defunti e questa occupazione ‘mi faceva compagnia’.
Ero deciso a non guardare, a non girare la testa verso l’interno del cimitero, perché il maestro ci aveva raccontato dei ‘fuochi fatui’, che talvolta di notte appaiono sopra le tombe.
Ero già arrivato davanti al cancello ed ero contento del mio coraggio: una volta a casa l’avrei raccontato con orgoglio anche a Lucia…! Ecco, avevo accelerato e il punto più critico era quasi superato...
Per un improvviso e irresistibile bisogno di controllare che nessuno mi seguisse, ho girato la testa, solo un attimo, verso il cancello, mentre ero proprio sotto il lampione.
Dentro il cimitero c’era il buio più totale e allora ho rigirato lo sguardo verso la strada. Ahhh! Che spavento!... Un’ombra scura mi precedeva e si allungava sempre più davanti a me: non ho potuto fare a meno di frenare di colpo.
Ricordo che ho fatto un volo e un capitombolo lungo il bordo erboso della stradina…
Mi stavo lentamente massaggiando le ginocchia sbucciate e doloranti, quando un’altra ombra, tutta nera, si avvicina e si para davanti alla luce del lampione. Poi mi sento afferrare e sollevare con forza da due mani ossute: è un vecchio con la barba incolta di vari giorni, un cappellaccio di feltro in testa e un pesante ‘tabarro’ avvolto attorno alle spalle. Lo sento dire: “Ah, te sì el fioeo de Bepi… Te sito fato mae?”
Faccio cenno di no con il capo, risistemo alla meglio la bicicletta e riparto senza riuscire a pronunciare parola o emettere suono alcuno.
Strada facendo, rifletto che non l’avevo mai visto quel vecchio, ma, guardandolo da lontano e controluce, mentre spinge la sua carriola carica di tronchi e rami secchi, mi sembra quasi di riconoscere ‘San Martino’.
Questa mattina ho sentito mia sorella lamentarsi, perché la bicicletta aveva il manubrio storto e la catena che sbatteva sul cater, ma io ho finto di cadere dalle nuvole, anzi, le ho detto: ”Secondo mi, Lucia, se te sinti batare, forse xé i spiriti che voe dirte colcossa,… magari de diventare on poco pì bona!“
