Domenega gavemo magnà el capeo del prete
9° episodio (scritto, si presume, negli anni ’50)
A cura di Piersilvio Brotto
Caro Diario,
tutto pensavo che si potesse fare, tranne che magnare el capeo del prete.
Qualche volta avevo sentito nonno Francesco parlare con orrore dei magnapreti, ma avevo drizzato le antenne solo quando, dai discorsi della nonna, avevo intuito che noi, la domenica, avremmo mangiato nientemeno che el capeo
del prete.
Nonna Lida di solito nei giorni festivi va a messa prima alle sei del mattino e poi, tornando, si ferma dal becaro a comprare della carne da brodo che poi mette in pentola a bollire insieme con quella delle nostre galline che in quel periodo
non la fassa ovo e non la sia cioca.
Mentre la malcapitata bolle in pentola, contornata da una cipolla, una carota e da una gamba de sedano, la mamma tira le tajadee col mattarello e alla fine le tagliuzza con la cortea.
Quando io torno dalla messa del fanciullo delle ore nove e dalla successiva ora della Dottrina Cristiana, è quasi mezzogiorno e sulla tavola è già pronto anche il Dolce Paradiso o il Pan dei Angei: a me piacciono entrambi!
Alla domenica di solito a pranzo mangiamo prima una minestra in brodo con le tagliatelle all’uovo fatte in casa, poi la gallina e della carne di manzo, con contorno di purè e pissacan e del cren sott’aceto.
Io temevo che il capeo del prete fosse duro, indigeribile, invece ho scoperto che è carne vera, tenerissima, da ciuciarse i dii, come dice nonno Francesco.
Del pollo lui di solito mangia le sate e la testa perché, dice, la polpa non gli piace. Nonna Lida invece chiede per sé il collo, pieno di sangue, che io, invece, non mangerei neanche morto.
A me di solito capita el dureo o una coscietta, della quale lascio sul piatto solo l’osso spolpato.
Hai capito, caro Diario, che a casa mia di domenica si mangia proprio bene!
Il venerdì invece si mangia di magro: minestrone a pranzo e formaggio, uova o tonno la sera.
Tu devi sapere che al mattino io di solito, prima di andare a scuola, mangio una scodella di pan e cafelate, mentre mio papà, quando ha finito di lavorare in stalla, si mangia anche qualche fetta di polenta con salame e formaggio e magari si beve anche un bicchiere di vino.
Quando torno da scuola, verso le 13, i miei hanno già finito di pranzare e io di solito trovo il mio piatto di minestra o pastasciutta in calda in forno. Fra il riso e late, il riso con le verze, il risotto con la zucca, il risi e bisi, il risi e patate,
il minestrone coi bigoi e la coessa, quella che più odio è la minestra con le verze. Maledette le verze, che continuano a vegnerme su anche quando porto le vacche al pascolo!
L’anno scorso sono stato per dieci giorni dai miei zii e anche loro hanno avuto la pessima idea di mettermi sul piatto verze cotte. Io l’ho detto chiaramente: “Le magno parché son qua; se fusse casa no le magnaria mia”. Loro si sono messi a ridere, ma io avevo detto la pura verità: prima di partire la mamma mi aveva raccomandato di non fare storie e di mangiare tutto, anche se non mi piaceva.
A casa mia, d’inverno, in tavola ci sono spesso gli ossi de mas’cio, el coessin o le luaneghe, mentre il salame e la sopressa li mangiamo dalla primavera in poi, ma qualche volta anche in inverno, cotti soe bronse, con poenta brustolà sui serci della cucina economica.
Le verdure provengono tutte dal nostro orto, che molti ci invidiano. La mamma coltiva verze, radici, salata, pomodori, patate, tegoline, cucumori, capussi, fasoi, bisi, carote, suche, patate mericane…
Se d’inverno finiscono i radici, rimangono le patate e non mancano mai le uova sode o in fortaia.
Prima di tutto alla sera io mi pappo una scodella di latte con il pane o la polenta appena fatta, mescolata con un po’ di zucchero e una spolveratina di polvere di cacao: poenta e taioi!
Qualche volta la nonna fa la pinsa con farina di mais, burro, fichi, mele, uva ed altra frutta e quella sera non si mangia nient’altro.
D’inverno a mezzogiorno sulla tavola ci sono sempre delle noci della nostra nogara e dei cachi o dell’uva frambua, conservati sulle ree in granaro, fino alla fine di febbraio.
Le arance, i bagigi, le carrube e i mandarini me li porta solo la Befana.
In giugno mia sorella Lucia va a raccogliere le ciliegie direttamente sulle piante degli zii, che ne hanno tante.
A casa nostra abbiamo solo perseghi salbeghi, fighi e siarese scagaree.
I peri sampieroi e le brombe le mangio quando c’è la trebbiatura: mentre gli adulti sono impegnati a lavorare, noi ragazzi con dei bastoni facciamo cadere i frutti dalla brombara e dal peraro di Toni Scortegagna.
Con suo figlio Livio e con Berto, che sono miei coetanei, abbiamo anche costruito una casetta, nel vignae dietro la sua casa, utilizzando dei vecchi mattoni e una lamiera abbandonata. Lì abbiamo radunato le nostre cose: cartoline illustrate, inchiostro fatto con i frutti del sambuco e poi raccolto in bottigliette; inoltre del colore rosso in polvere, ottenuto pestando con il martello vecchi mattoni,…
Abbiamo raccolto anche legna secca lungo le siepi e fatto, sul muro esterno della nostra casetta, una piccola legnaia.
In ottobre volevamo cucinarci una zucca e mangiarcela fra noi, ma poi sono sorte difficoltà per avere la pentola e allora abbiamo avuto l’idea di giocare a fare i pompieri.
Abbiamo deciso di appiccare il fuoco alla nostra legnaia, per poi darci da fare a spegnerlo. Con uno stratagemma Livio è riuscito a procurarsi i fiammiferi. Acceso il fuoco, utilizzando della paglia presa dal vicino pagliaio, abbiamo cominciato a gridare: “Al fuoco! Al fuoco! “ e a correre come disperati a prendere acqua, come fanno i pompieri…
Luigi, il cugino di Livio, che ha parecchi anni più di noi, è intervenuto con un secchio pieno d’ acqua e ci ha tolto la soddisfazione di spegnerlo noi, il fuoco. Poi ha detto a Livio di consegnargli subito tutti i fiammiferi. Il mio amico non voleva darglieli, ma l’altro insisteva:
- Me li gheto dà tuti?
- No, ha risposto Livio, ghi n’ho on altro!
- Damelo!
- No che no te ‘o dao!
- O te me ‘o dè, o te pituffo!
- No, questo no te ‘o dao!
- Dai, dime dove che te ‘o ghe!
- QUA’ !
Così dicendo, Livio indicò con l’indice la parte bassa del pateon delle proprie braghe, e finalmente Luigi lo lasciò in pace, dopo aver esclamato:
- Te ‘ndarè a l’inferno, bruto lasaron !
