I mas’cieti ga ciapà “la ziatica”
12° episodio (scritto, si presume, negli anni ‘50)
A cura di Piersilvio Brotto
Tra le varie stagioni, caro Diario, non so quale preferire, perché in realtà mi piacciono tutte.
La primavera mi piace perché a marzo, nei giorni di sole, comincio ad andare scalzo per i prati: è bello sentire l’erbetta che ti accarezza i piedi, anche
se la terra è ancora umida e fredda.
Poi, la sera, che incanto stare davanti al falò con gli altri ragazzi e osservare le faville che volano veloci verso il cielo, mentre il fuoco crepita e scoppietta!
Ad aprile vado a pescare , con Renato, marsoni, spinose, cagne e lamprede.
A giugno arriva l’estate, con il sole che quasi ti acceca.
I miei piedi amano sentire la terra che scotta, quando le spighe di frumento, color giallo dorato, sono già mature, pronte per la mietitura.
A luglio vado a caccia con la fionda lungo siese e piantà.
Ad agosto arrivano sulla nostra tavola le angurie, rosse, dolci, succose. Il papà le tiene in fresca almeno un giorno, dentro un sacco, nella bevarara, dove scorre, fresca e limpida, l’acqua sorgiva.
La mia fetta la spolpo e ai maiali lascio solo la scorza verde.
A settembre, purtroppo, comincio a pensare alla scuola, ma la tristezza di finire incastrato in un banco è alleviata dalla possibilità di giocare nel cortile della scuola con i miei compagni di classe.
L’autunno porta le piogge e le nebbie. Che bello osservare dalla finestra le foglie rosse e gialle che cadono dai platani e vederle poi navigare nel fosso pieno d’acqua, stando al sicuro sul ponte di casa nostra.
Camminare per i prati in mezzo alla nebbia e fingere di perdermi è un gioco che mi diverte molto, specialmente se la nibia la xe così fissa, che te podarissi tajarla col corteo.
Tra i ricordi dell’inverno, caro Diario, non occorre che ti menzioni il Natale con la sua poesia, esaltata dal suono delle zampogne, e il presepe fatto con il muschio da me raccolto o l’arrivo, atteso e temuto, della Befana, di cui ti ho già parlato.
L’anno scorso, dopo le vacanze natalizie, è arrivata l’influenza, l’asiatica, o “la ziatica” , come l’ha chiamata, facendo ridere anche il maestro, il mio compagno di classe Jacometo Munari.
E’ arrivata in quasi tutte le famiglie, compresa la mia.
Era nevicato tutta una notte. Già all’imbrunire avevano cominciato a cadere le prime falive. Noi ragazzini eravamo impazziti dalla gioia: correvamo per il cortile gridando “nevega…nevega…!” e , spalancando la bocca, cercavamo di catturare quelle farfalle bianche che cadevano dal cielo.
Non importava se in realtà sulla lingua quasi non le percepivi, tanto erano inconsistenti e insipide.
La luce accesa davanti alla porta della cucina illuminava il cortile mentre la neve scendeva e scendeva e a poco a poco per terra si era formato un candido tappeto.
La mattina dopo ben trenta centimetri ricoprivano ogni oggetto: tutto era bianco e anche i rumori erano attutiti, come ovattati.
Nessuno andava per la strada. Solo i passerotti svolazzavano in cerca di un portico o un riparo dove trovare qualcosa da beccare.
Allora mi sono messo le sgalmare e sono corso fuori per lasciare sul bianco mantello le impronte dei miei piedi. Poi ho chiamato gli amici, Renato e Andrea, e insieme abbiamo fatto un pupazzo di neve, con una carota per naso, una sciarpa di lana attorno al collo e il cappello del nonno sulla testa.
“Vien dentro, che te te ciapi el colera!”, mi diceva la mamma, ma io ero troppo felice , anche perché non era passato el trajon a liberare la strada e a scuola non avevo potuto andare.
Così ho continuato a giocare tutta la mattina, bagnandomi anche le braghe.
Nel pomeriggio, però, mi sono sentito un po’ stanco e avevo male alla testa.
Nonna Lida, vedendomi mogio mogio in cucina, mi ha messo una mano sulla fronte e dopo un po’ mi ha infilato il termometro sotto il braccio.
“El gà ciapà l’asiatica”, ha concluso nonno Francesco, quando ha saputo che avevo quasi 39 di febbre e il giorno seguente, tossendo di continuo, ha aggiunto: “’desso la go ciapà anca mi!”
Il rimedio immediato, per me, è stato l’odioso rituale della purga, a base di olio di ricino. Da parte mia mi sono “vendicato” poco dopo, producendo rumori scurrili, mentre stavo seduto sul vaso da notte, e diffondendo anche fuori dalla mia stanza una puzza indescrivibile.
Continuando a lamentare mal di testa e aggiungendo anche un “me sento fiaco”, sono riuscito a rimanere a casa da scuola per una settimana intera.
Alla fine la mamma mi ha portato dal dotore che ha pensato bene di ordinarmi, come ricostituente, una bottiglia da litro di olio di fegato di merluzzo, che “de sicuro el ghe fa ben, anca contro el rachitismo” Ogni mattina, prima della colazione, mi dovevo pappare un cucchiaione di quel liquido nauseabondo che me vegneva su fino a sera.
Allora ho pensato di rendere partecipi della mia cura anche i maialini che avevano cominciato a mangiare nell’albio.
Con destrezza, dopo aver distratto la nonna, una mattina ho fatto finire un bel po’ di olio di fegato di merluzzo nel secchio dove c’era la loro pappa già pronta.
“I mas’cieti i xe tuti malà”, aveva diagnosticato mio papà, vedendo che le rosee bestiole si rifiutavano di immergere i loro grugni nella tiepida poltiglia di late e triteo.
Il veterinario, prontamente fatto intervenire, vedendoli però belli vispi, dopo aver annusato la pappa, aveva suggerito di provare a cambiare el bevaron.
Miracolo!!! In cinque minuti si sono pappati una razione più che abbondante.
Da quel giorno nessuno più mi ha costretto ad ingoiare quell’olio maledetto, dopo che anche il nonno mi aveva difeso (l’ho sentito dalla stanza accanto) dicendo: “Cossa pretendìo?! … che Martin beva queo che gnanca i mas’ci ga stomego de snasare!”.

