Intervista alla mucca “Bastiana”

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Avevo lavorato tutto il giorno a leggere verbali del Consiglio di Amministrazione e ad ascoltare interviste di Presidenti ed ex Presidenti di latterie sociali. Era ormai notte fonda, quando m’infilai sotto le coperte e subito mi addormentai. Forse il cervello era troppo carico di dati: il fatto è che feci un sogno stranissimo…

Mi trovavo in una grande stalla di una grossa azienda agricola, in compagnia di Giuseppe Dellai. Avevo con me il mio prezioso microregistratore con il quale intendevo intervistare il padrone che si stava intrattenendo poco lontano da lì a conversare con il mio compagno di lavoro. Mi avvicinai al recinto dentro il quale stavano centinaia di mucche tutte in piedi. Una di loro, una pezzata nera dal portamento deciso, quasi orgoglioso, si avvicinò e incominciò… a parlarmi!

Mucca: Che fai qui tu, vecchio pelato tutto vestito da città, con quell’aggeggino che hai in mano?

Io: Sto facendo delle interviste… sto raccogliendo un dossier sulle Latterie Cooperative della zona… e intervisto delle persone informate…

Mucca: Delle persone informate?… per avere informazioni sul latte… ma chi lo produce, il latte?

Io: Voi,… le mucche!

Mucca: Chiamaci “vacche”,… incompetente! Intanto la mucca si avvicinò ulteriormente, quasi volesse parlarmi in un orecchio.

Mucca: Allora apri gli occhi, bello mio, guardati attorno! Lo vedi che noi viviamo letteralmente nella merda tutto il giorno e non abbiamo nemmeno una cuccetta a testa per riposare!

Io: A me sembra una stalla modello: avete anche il ventilatore che vi tiene l’aria fresca (fuori c’era un sole accecante) e una spazzola meccanica vi gratta la schiena a volontà se avete prurito, e, se mi hanno riferito bene, una doccia d’acqua fresca in qualche altro angolo del recinto…

Mucca: Ho capito! Sicuramente tu pensi che siamo più avvantaggiate delle nostre sorelle che vivono legate a una greppia, con una catena al collo, poveracce, senza mai aver visto, neppure una volta, l’azzurro del cielo, il verde dei prati…! O forse ci confronti con quelle sventurate, che, anche se all’aperto, in mezzo a un campo fiorito, non possono né saltare né correre, perché il padrone ha messo i ceppi alle loro zampe!

Io: Mi dispiace che tu la prenda così…

Mucca: Vedo che non sei così giovane… non ti ricordi, non tanti anni fa, forse anche tu ci accompagnavi al pascolo in autunno!

Per te forse era una noia, ma per noi poter brucare il trifoglio e il tarassaco, freschi di rugiada e poi alzare la testa e scrutare l’orizzonte infinito .. era vita .. era libertà, anche se poi tornavamo in stalla a mangiare fieno … Ho detto fieno,
maggengo profumato, servito nella greppia, come a voi servono il pranzo al ristorante.

Tuo padre o tuo nonno, se per caso qualche ciuffo di erba medica s’impigliava nelle nostre corna, ce lo sistemava, con cura.

Ma hai visto ora?!... Quello svogliato di operaio, che ti passa davanti con i trattore e il carro miscelatore, ti fa sniffare vapori di gasolio puzzolente e ti butta là un miscuglio grigiastro. E se vuoi sopravvivere lo devi mangiare, quell’intruglio, estate ed inverno, inverno ed estate. Ma voi, mangiate sempre la stessa minestra?

Io: Io ho sentito che quello che tu chiami “miscuglio grigiastro”, è una miscela nutriente, studiata da esperti nutrizionisti, per ottenere un latte di qualità, adatto a produrre formaggio grana…

Mucca: Qua ti volevo: per voi, cosiddetti “umani”, noi vacche non abbiamo dignità di animali. Siamo un mezzo, delle macchine per produrre latte, delle schiave da sfruttare e poi buttare.

Io: Diciamo… che l’agricoltore vi mantiene, per ricavarne un suo interesse…

Mucca: Diciamo… che ci rapina il latte… e con brutte maniere! Da quando avete introdotto le mungitrici “elettroniche”, che sono solo un aspiratore meccanico, mai una carezza, una parola buona, più nessuno pronuncia il nostro nome… siamo solo dei numeri: “la 712” produce tot quintali, “la 214” deve essere… abbattuta.

Voi, cosiddetti “umani”, mancate di umanità e di psicologia. La mungitura l’avete trasformata quasi in una violenza. Una volta il vaccaro rimaneva lì, al tuo fianco, finché non gli avevi dato tutto il latte e lo sforzo e l’orgoglio di riempire il secchio era di entrambi.

Se i suoi modi non erano gentili, potevi sempre rovesciargli il recipiente o allungargli un colpo con la coda che gli faceva volare via il cappello. Un’altra cosa ti voglio dire: al tempo di tuo padre e di tuo nonno e del tuo bisnonno, i nostri figli appena nati ci potevano succhiare le mammelle, mentre noi teneramente li leccavamo.

Una mucca che ha appena partorito è una madre e il suo vitellino è un figlio.

E cosa fate, voi, ora? Ci separate immediatamente: la vacca da una parte e il vitello da un’altra, in una gabbia, da solo, a succhiare da una mammella di plastica.

E il latte della madre che ha appena partorito, così ricco di enzimi, ce lo togliete… e lo buttate! O forse lo date… ai porci!

Io: Tu non hai tutti i torti: le esigenze del commercio, le normative per la produzione del formaggio ci impongono…

Mucca: Voi umani siete degli egoisti. Vi credete una razza superiore, padrona del mondo… in realtà siete schiavi di voi stessi, del vostro cosiddetto progresso…

A noi vacche avete tolto tutto, il verde dei prati, l’azzurro del cielo, il tepore del sole, il fresco della pioggia, anche l’intimità, seppure breve, dell’accoppiamento.

Che fredda figura, il vostro veterinario! Da lui solo provette, siringhe, iniezioni e… manipolazioni!

Io: La scienza… la genetica…

Ma la mucca, oltre che pezzata nera, era evidentemente… “incazzata nera”. Infatti, improvvisamente, mi girò le spalle e , inarcando la schiena, mi innaffiò con un’abbondante profluvio di tiepida urina. A questo punto mi svegliai di soprassalto, tutto umido… di sudore!

 

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