La Resistenza in prigionia

Immagine1bI due amici avevano fatto un piccolo impasto di farina integrale, schiacciando con un sasso due manciate fortunosamente recuperate di chicchi di grano. Un barattolo opportunamente forato era servito per setacciare la crusca più grossolana. Con un pezzo di legno di forma cilindrica avevano spianato la pasta e le lasagne, subito cotte, erano pronte per essere servite. Il sale e il condimento non li avevano, ma non fu un problema, perché intervennero abbondanti le loro lacrime a salare la loro pietanza. Era la Pasqua 1945!

***

Riascoltando la registrazione, da me fatta qualche tempo prima, di questa testimonianza di mio zio Giusto, quel giorno anche a me erano sgorgate le lacrime, ripensando alle sofferenze sue e dei tanti giovani soldati italiani, fatti prigionieri  ai Tedeschi e deportati in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale.

In occasione del 25 aprile 2012, Festa della Liberazione, voglio raccontare qualche particolare sulla prigionia di Giusto Brotto, nato il 17 agosto 1915, e del suo amico Berardo Rancan, entrambi fatti prigionieri a Schio il 10 settembre 1943 e tornati, per vie diverse, dalla prigionia nell’autunno del 1945.

Qualche mese fa avevo chiesto a mio zio di rivedere una scatola di legno da lui costruita e intarsiata durante la prigionia. Trovavo eccezionale che, da una punta di trapano rotta, avesse ricavato uno strumento per intagliare circa 1300 pezzettini di legno, diversi per forma e colore, con cui a memoria aveva riprodotto la sua casa di Vivaro di Dueville (la mia casa natia) baciata dal sole. Casa, dolce casa: chissà se e quando l’avrebbe rivista?!

Immagine2Era l’inverno 1943/44: dopo oltre due mesi di prigionia aveva fi nalmente avuto il permesso di scrivere lettere ai famigliari, ma la censura e il ridotto spazio concesso non permettevano di comunicare veramente. La giovane moglie Paolina aveva appena dato alla luce il primo figlio e anche lei scriveva, spedendo tramite la Croce Rossa, ma la corrispondenza impiegava qualche mese per giungere, se giungeva, a destinazione, e quando le notizie arrivavano erano già vecchie. Quanta ansia trattenuta, quante informazioni volutamente rassicuranti sulla propria situazione, nella settantina di missive partite da una parte e dall’altra, tra il novembre 1943 e il marzo 1945! Il prigioniero le leggeva e rileggeva, interpretando anche quello che scritto non era, conservandole con cura, in fondo allo zaino, e le riportò a casa, tutte quelle ricevute, alla fine della prigionia, insieme alla scatola intarsiata.

Ma se mio zio Giusto ne aveva fatta una, anche il suo amico Berardo Rancan, di San Pietro Mussolino, falegname di professione, ne aveva costruita una, mi raccontava lo zio. Così in me era nato il desiderio di vedere, se possibile, anche quella. Purtroppo, il suo amico Berardo era morto da alcuni anni, …ma forse era possibile contattare qualche parente.

Mi misi a cercare e con l’ausilio del telefono e di internet entrai in contatto con i figli, e che scoprii? Anche Berardo era riuscito a portare a casa la sua scatola! Da bravo sacrestano, sulla parte interna del coperchio vi aveva riprodotto la chiesa e la case ad essa vicine e, da attento corista, sui lati vi aveva disegnato le note iniziali di Va’ pensiero e dell’Ave Maria. Dentro la cassetta, la figlia primogenita Agnese, la sua amata “Pupetta” nata nel 1942, conserva con cura un documento molto più importante della scatola stessa: nientemeno che un Diario di prigionia!

Immagine3Si tratta di un libretto minuscolo che contiene la trascrizione dei pensieri di Berardo durante i primi mesi di detenzione, in un primo tempo affidati a foglietti staccati gli uni dagli altri. La carta utilizzata è quella dei sacchi da zucchero. In quel tempo, infatti, Berardo e Giusto lavoravano insieme in uno zuccherificio di Friedland , un piccolo centro della Bassa Sassonia, al centro della Germania. Lo zio Giusto fece la copertina, scrivendo con perfetti caratteri gotici, e non disdegnando di proporsi come… “Editore”!

Nel suo diario Berardo scrive i suoi pensieri con sincerità, rivolgendosi alla moglie Anita, alla quale indirizza talvolta lettere destinate a non essere spedite o ricostruisce i momenti della cattura e della successiva Via Crucis verso l’internamento. Talvolta racconta anche delle pressioni subite dai prigionieri, sia da parte dei nazisti che dei fascisti.

Già lo zio Giusto mi aveva raccontato che, di fronte alla promessa fatta ai prigionieri di farli rientrare in patria, a condizione che si arruolassero volontariamente nel “nuovo esercito” di Mussolini, lui, sergente e capo baracca, aveva preso la parola, dicendo che mai avrebbe accettato di andare a combattere contro i propri fratelli italiani. Dopo le sue parole, nessuno della sua baracca, cioè 500 prigionieri, accettò la proposta. Bella testimonianza di coraggio, la sua, ma nessuna prova, nessun documento scritto a comprovarla!

Ora, nei “Pensieri di Prigionia” di Berardo Rancan, trovo scritto:

(a pag. 22) 16.9.43. Le proposte strane, non tardano, come avevo preveduto. Preceduta dalla notizia che il Duce è stato liberato e che ha ripreso il comando, formando la Repubblica Italiana fascista, che il Re e Badoglio ci hanno traditi e che sono fuggiti in Inghilterra oggi ci hanno fatto questa. Chi vuole arruolarsi volontario nelle truppe d’assalto, per combattere a fianco dei camerati germanici? Di 500 uomini della mia baracca ne sono usciti quattro, dopo di aver ripetuto la domanda sei sette volte […]

Immagine4(a pag. 24) [24.9.943 …] …poi sale sullo sgabello il Capitano, ripete quanto disse il gerarca e invita tutti ad arruolarsi nelle S.S. dicendo, le seguenti testuali parole, stenografate da un mio compagno. Io vi dico che questi volontari, andranno esclusivamente in Italia. Ci hanno fatto vedere, l’ordine scritto, che si combatte esclusivamente in Italia. Se c’è qualcuno titubante si persuada che questa è la vera realtà, si va a combattere esclusivamente in Italia […]

(a pag. 25) Dipende da voi, se rientrare in Patria a diffendere le vostre case o restare quì, quali prigionieri, prigionieri che saranno trattati come traditori. Chi vuole partire resti qui, gli altri vadano pure via […] ma la massa si allontanò dal campo lasciando sul campo il Capitano con al massimo 200 uomini, su 3000 che eravamo.

(a pag. 66) Una cosa che mi ha arrecato tanto dolore, la separazione dall’amico Brotto, causa la disgrazia successali lavorando vicino a me ai primi di maggio che gli causò la perdita quasi completa della vista di un occhio.

(alle pagg. 67-73) Già da tempo si è letto sul nostro giornale[…] di un accordo tra il Duce e il Furer, si è deciso di trasformarci da internati militari in liberi lavoratori […] mi sono subito detto che se si doveva firmare per passare, era un no deciso, mi hanno portato via dall’Italia in divisa e in divisa voglio tornarci. Il 30 agosto [1944] fummo adunati in un comando, ci fu spiegato un pochino dal nostro interprete (che sa parlare ma non leggere il tedesco) che il passare civili non era obbligatorio, chi voleva doveva firmare il contratto di lavoro fino al termine della guerra,  il quale contratto era scritto in tedesco, di conseguenza il nostro interprete non ne ha capito niente. Eravamo in cento e nessuno ha fatto il passo avanti: fummo pregati, sforzati, minacciati, ma inutilmente, nulla valse a smuovere il nostro proposito di non firmare nessuna carta, rimanemmo prigionieri, guardati con più rigore.

Immagine5bPassarono dieci giorni, ormai si credeva fosse finita, ci lasciassero in pace prigionieri. Il giorno dieci mattina, il Vaccman ci radunò e ci portò in un altro comando dove abbiamo trovato già radunati tutti. Mentre l’altra volta eravamo all’aperto questa volta siamo in un ambiente chiuso. Ci sono dieci o dodici soldati armati, due Marescialli ed il Capitano.

Esce il nostro interprete e ci dice che è obbligatorio firmare tutti, molti rispondono che se è obbligatorio non occorre firmare. Incominciano a chiamare per nome uno alla volta, e li fanno entrare nella stanza di fronte a noi. Tutti osserviamo a denti stretti, li danno la penna in mano, ma lui non firma, parlano, alzano la voce, ma lui si rifiuta deciso, allora incominciano a picchiarlo cercando di costringerlo con la forza, nulla, i nostri sguardi si incontrano, voressimo gridare bravo, duro, ma stringiamo i denti, intanto vediamo che a calci e pugni lo spingono dentro in un’altra stanza.

Entra un secondo, la stessa scena, più dura ancora, un terzo, Idem, un quarto, bis, ora parlano con l’interprete. Vogliono che firmi lui, no, anche lui e deciso a non firmare, lo menano e picchiano, più degli altri, in ultimo gli puntano la pistola, o firmi o ti sparo, No! Non firmo sparate. Non sparano, lo spingono anche lui assieme agli altri quattro. Segue un lungo intervallo, l’ignoranza prepotenza brutale di questa gente è smontata dalla nostra fermezza, non chiamano più nessuno, hanno già capito abbastanza. […]

In settimana è venuta la polizia e ci ha costretto con la forza a togliere tutti i distintivi dalla divisa, perfino le spalline, siamo civili, e dipendiamo da lei inutile ribellarsi. Ci hanno dichiarato civili per forza, ma il nostro cuore e il nostro comportamento sono sempre quello del prigioniero […]

Friedland (Germania), 17 settembre 1944, 373° di Prigionia

Questi spezzoni di diario tratti da “Pensieri di Prigionia”, proprio perché scritti in tempi non sospetti, dicono, più e meglio di qualsiasi libro scritto dopo la guerra, quale sia stato il comportamento della stragrande maggioranza dei soldati italiani internati in Germania.

Se la Resistenza è un fenomeno avvenuto in Patria, anche chi era prigioniero in Germania ha spesso “resistito” alle lusinghe, alle minacce e alla violenza di chi aveva il potere e la forza e, come poteva, ha partecipato alla lotta per la Liberazione dell’Italia.

 

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