Il mondo di Mario Bonotto

Immagine1E’ l’estate del 2010. Due ore siamo rimasti, Giuseppe Dellai ed io, da Mario Bonotto, un vecchio socio della Latteria Molinetto, una persona dalla memoria lucida e dal cuore grande.

Suo padre, “el frutaroeo Silvio Carbonaro”, era uno dei personaggi più popolari del paese e Mario ha ereditato e appreso da lui una grande umanità.

Siamo lì perché, nella sua lunga vita, Mario, nato nel 1923, ha visto e fatto molte esperienze. Ci interessa in particolare conoscere fatti e aneddoti che riguardano il latte, ma con lui il discorso si allarga in continuazione a tutto il contesto della sua giovinezza.

Racconta che una volta la sua famiglia abitava al Go. In casa erano oltre quindici e lavoravano una ventina di campi fra quelli propri e quelli presi in affitto dagli Scabio. Avevano sei vacche, allora, che servivano anche per arare e per trainare i carri.

Ricorda che queste povere bestie lavoravano, nella stagione dell’aratura, dalle tre alle sette del mattino, poi brucavano un po’ di erba lì attorno e infine venivano portate in stalla e munte: più spremute di così!

Spesso, lui e un altro ragazzo della famiglia, portavano il latte in latteria con un carrettino munito di due piccole ruote e di un timoncino davanti e dietro, per tirare e spingere.

In un primo tempo il latte lo portavano in un Caseificio Sociale vicino alla ferrovia, che si trovava nella casa dei Donà “Pettenari”, divenuta poi abitazione della famiglia Pilotto.

Successivamente alla spartizione tra parenti, Mario andò ad abitare con la sua numerosa famiglia in via Biasiati, al di sotto della ferrovia.

La terra che lavoravano era poca e in stalla avevano “ ‘na vaca e do vedee”. Bastava “ ‘na secieta” per portare i cinque-sei kg di latte alla Madonnina, a Barche, dove i fratelli Nicolin, Guerin e Bepi, facevano il formaggio.

Successivamente i Bonotto sono diventati soci della Latteria Molinetto e Mario ricorda che, quando ci fu da costruire il nuovo caseificio di via Cappello, il conte Zilio diede il suo importante sostegno all’iniziativa, garantendo per tutti i suoi fittavoli.

Mario rievoca fatti e abitudini della vita povera ma serena della sua giovinezza: ci si accontentava di poco, ci si aiutava fra vicini, cioè si cooperava, si parlava e si cantava durante il lavoro; si lavorava pesantemente dal punto di vista fisico, ma non c’era lo stress e l’insoddisfazione di oggi.

Racconta Mario che, quando abitava al Go, il sabato le donne non andavano dal parrucchiere, ma si pettinavano a vicenda e per “scatigarse i caviji” usavano il petrolio, sì, quello utilizzato anche per “el canfin”.

A quei tempi la vita era dura per tutti, ma specialmente per i braccianti agricoli.

Menziona un segantino, un certo Frison, che, dopo aver falciato i loro campi, ai Pontesei, fin dalle prime luci dell’alba, si ferma un po’ per fare colazione. La moglie gli ha portato pane e latte, ma, quando l’uomo versa il latte nella scodella, scopre che “el xe tuto caià”!

Per sua fortuna i Bonotto gli offrono un melone preso dalla loro meonara e il segantino, dopo questa colazione a base di frutta, continua a falciare fino a mezzodì.

La conversazione prosegue con molto altri ricordi ed è un peccato non poter riportare tutto.

Lo sapete voi come si curava una vacca con la mastite ai quei tempi? Con un “generoso” salasso, fatto da un vicino di casa. Per controllare quanto sangue estrarre, questo veniva raccolto in una bacinella e poi la ferita dell’animale veniva fatta “stagnare” con un sasso freddo.

Che succedeva se i ladri prendevano di mira ripetutamente il caseificio incustodito di notte? Il Presidente della Latteria Molinetto, Michele Zanotto, una bella volta decise di portare e custodire il formaggio nella propria casa.

Ma quelli erano altri tempi!

 

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