Stasera te jeri tanto indormesà!
(scritto, si presume, negli anni ‘50)
A cura di Piersilvio Brotto
Son qua!
La frase, quasi beffarda, arrivò quando la porta era già spalancata e la sagoma di mio fratello Martino già campeggiava in mezzo alla cucina. I me ga dito de dirve che go da tendare el fogo, aggiunse poi.
In effetti nel focolare era appeso un gran pentolone e il fuoco, quasi spento, aveva bisogno di essere attizzato. Le parole di Martino, sparate come due fucilate, sorpresero soprattutto il mio moroso che quella sera tentava di allungare le mani da tutte le parti, approfittando anche del fatto che le mie erano occupate dai ferri, con i quali stavo facendo un maglione per il nonno.
Cara Sissi, quella che ti sto raccontando è stata una serata indimenticabile, piena di colpi di scena e di sorprese.
La roja ga da fare, aveva sentenziato nonno Francescogià al mattino e al pomeriggio era stata approntata la “sala parto” nella stalla delle vacche, nell’andio, sotto l’unica lampada disponibile, dove d’inverno facciamo filò.
Il papà aveva creato un recinto utilizzando el casseòn, quello che mettiamo sopra la carretta quando in autunno andiamo a raccogliere le foglie secche lungo le siepi.
La scrofa negli ultimi giorni aveva una pancia così grande che quasi toccava terra ed era entrata quasi spontaneamente nella sua nuova cameretta, dove era stata stesa della paglia pulita.
Il problema, però, era Martino: secondo i miei è troppo giovane per assistere alla nascita dei maialini e allora tra noi grandi ci si era accordati per affidargli un compito in cucina, quello di tenere vivo il fuoco sotto il pentolone di acqua che poi sarebbe servito anche per preparare un bevaròn alla scrofa.

In realtà, l’obiettivo dei miei era anche un altro, non dichiarato, ma per me chiarissimo. Siccome era sabato e alla sera del sabato viene a trovarmi, vestito a festa, il mio moroso, noi due non potevamo rimanere in stalla con gli altri, perché poi, se Mario andava a casa con i vestiti che puzzavano da vacca, cosa avrebbero detto i suoi?!
Così fu deciso che io e il mio moroso saremmo rimasti in cucina tutta la sera.
A Mario non pareva vero di poter finalmente ottenere quel bacio che già un’altra volta aveva sperato, ma invano!
Si era seduto accanto a me, con la scusa di tenermi il filo di lana sempre teso, ma il realtà ostacolava il mio lavoro con le sue mani irrequiete.
Don Aldo me l’aveva detto di non mettermi in situazioni troppo pericolose e d’invocare santa Maria Goretti, se Mario si fosse dimostrato troppo focoso.
A ricorrere all’aiuto della Santa non ci avevo proprio pensato, anche perché un moroso che fosse ‘na pai freda non mi interesserebbe, e poi, a dire il vero, anch’io … da tanto tempo … sogno l’emozione di un bacio, anche furtivo.
Purtroppo i miei non mi hanno lasciato il tempo di "peccare", neppure con il pensiero: tutta la sera Mario ha dovuto giocare a carte con Martino, il quale ha sempre vinto, a scopa, a briscola, a tresette, a cavacamisa... forse perché Mario era tanto distratto e svogliato.
Tu, Sissi, pensi che, almeno alla fine, io sia rimasta sola con lui per un minuto? Ti sbagli!
Con la scusa di fargli vedere i quattordici maialini appena nati, nonna Lida a un certo punto è venuta a chiamarlo, e passando per la stanza accanto, gli ha fatto vedere prima le cioche e le pai che stavano covando, poi i bachi da seta che mangiavano come furie le foglie di gelso, e poi non so cos'altro.
Alla fine Mario si è convinto ad andare a casa, anche perché io dovevo andare in stalla a fare il mio turno di guardia ai nuovi arrivati. Le prime due o tre notti, infatti, c'è bisogno di aiutare i più piccoli a succhiare sempre dalla medesima mammella, sennò i più forti e grandi fanno i prepotenti e li sbattono fuori.
Prima che se ne andasse, Martino l'ha ricompensato per le numerose vittorie conseguite nel gioco delle carte, dicendogli: "Te consilio de 'ndare a dormire anca ti, visto che stasera te jeri tanto indormensà, pa' non dire inseminìo!"
